Con “La costellazione del dragone” Sean White svela i segreti delle Chinatown italiane

Sean White

Nelle città italiane ci sono delle isole. Non sono zone recintate o chiuse da muri, a volte nemmeno periferiche; non sono riconosciute, nominate o segnate sulle mappe. Ma una volta lì, gradualmente le cose cominciano a cambiare: le insegne in italiano spariscono, le fisionomie dei passanti sembrano diverse, si sentono profumi e suoni nuovi.

Sono le Chinatown d’Italia. Il mistero che le avvolge è spesso impenetrabile, e i loro abitanti più anonimi e sconosciuti di qualsiasi altra comunità di immigrati nel nostro paese.

Fresco di stampa (ma redatto in tempi non sospetti), con “La costellazione del dragone – I segreti delle Chinatown italiane” Sean White – scrittore, critico musicale, mediatore culturale tra Italia e Cina, promotore e organizzatore di eventi – alza il velo che nasconde ai nostri occhi queste cittadelle, e nel farlo distrugge uno per uno i cliché sui cinesi (e sulla Cina tutta) più diffusi in Italia.


I cinesi non sono più, o non sono interamente, un popolo di lavoratori indefessi che sopravvivono con un piatto di riso e dormono in otto nella stessa stanza. Non sono più, o forse non sono mai stati, un popolo che pensa soltanto ai soldi, capace unicamente di copiare le idee altrui. Non saranno mai persone tutte uguali, interscambiabili, fatte in serie.

Quello che sono, invece, è un gruppo di persone che si trova a vivere in bilico tra due patrie, due modi di pensare, due identità, due interi mondi. E da questo incontro si mescolano timidezza e rabbia, frustrazione e desiderio di riconoscimento.

E nell’augurio che il popolo cinese smetta di essere un animale esotico da osservare da lontano e cominci a diventare un vicino comprensibile, forse persino un amico, sopraggiunge e si somma, creando paura e alimentando l’impreparazione, l’impatto del Coronavirus in Lombardia in primis e in tutta la nazione poi.

Ho pensato molto a Sean in questi giorni – al suo libro, anche se non ero ancora riuscita a incontrarlo e quindi a scrivere nulla; ai casi della vita e a come ci metta di fronte al ribaltamento continuo di ogni certezza – ma è arrivato prima lui di me, con un sms:

“Una settimana fa un giornalista italiano mi ha fatto una domanda: “Se il virus non si fosse verificato a Wuhan, ma in Italia, quale sarebbe la reazione del popolo cinese?“.

“Questa cosa – ha aggiunto White – è davvero strana. Solo una settimana dopo, il virus è arrivato in Lombardia, dove abito. È incredibile che un mese fa ho inviato messaggi a parenti e amici in Cina per chiedere come fossero le loro condizioni di salute, mentre in questi giorni sono stati loro a preoccuparsi per me tramite i loro messaggi su WeChat. Questo mi ha ricordato il Fantozzi interpretato da Paolo Villaggio, non sembra ironica la situazione?

A mio avviso, Milano è diversa da Roma e da altre città in Italia. Quello che voglio dire è che è una città internazionale. Ci sono immigrati provenienti da diversi paesi. Qui tutti si riuniscono, incontrano e mescolano. Rispetto a Milano, altre piccole città potrebbero non essere così fortunate in questi giorni.

Ho sentito che Francesco Facchinetti ha assistito a un episodio di discriminazione contro un anziano signore cinese a Mariano, per il quale ha avuto una lite con dei ragazzini. Nei media cinesi lo chiamano “eroe”. Naturalmente, secondo me, questi sono episodi assolutamente incresciosi.

Tornando a Milano, in questi giorni appare come una città diversa. Le scuole e molte istituzioni hanno chiuso. Ci sono pochissime persone a Chinatown. La situazione sembra molto fredda. Nei supermercati sono finiti molti beni di prima necessità. E anche i miei incontri con Giovanni Allevi e Roberto Vecchioni sono stati rinviati.

L’Italia ha fermato i voli diretti dalla Cina; chiudersi in questo modo è sembrata una buona idea, ma la cosa più importante dovrebbe essere eseguire controlli specifici su chi proviene dai paesi colpiti dal virus, e ciò sembra non sia stato fatto – in quanto da un lato i voli indiretti con scali provenienti dalla Cina sono ancora possibili, e inoltre i controlli fatti, per quel che ne so, sono stati fatti solo sulla temperatura corporea, che da sola non basta a individuare la presenza del virus.

Molti cinesi in Italia, di fronte a questa nuova situazione, hanno reagito chiudendosi in casa, per evitare qualsiasi problema. Quelli che escono lo fanno indossando sempre le mascherine. Alcuni italiani stanno lontani da loro e li guardano con sospetto. In realtà, i cinesi non lo fanno perché abbiano il Coronavirus. È per proteggere la propria salute, e anche per evitare problemi con gli altri.

Ad esempio, sono andato al supermercato e ho indossato una mascherina. Tutti intorno a me hanno cercato di tenermi a distanza. Al fine di proteggere i loro bambini, li hanno allontanati da me e hanno coperto la loro bocca con le mani. Questo tipo di immagine è molto simile alle scene di guerra contro i giapponesi nei film cinesi negli anni ’80.

Ho visto nella mia cerchia di amici che alcuni hanno detto che una nazione come l’Italia, che ama parlare faccia a faccia, chiacchierare per tutta la notte e mangiare un pasto per 3 ore, la trasmissione di un virus è inevitabile! Io certamente non sono d’accordo con queste persone, e quindi vorrei riprendere la risposta che ho dato nell’intervista sulla domanda iniziale.

Penso che se il virus fosse nato nelle città italiane, la reazione dei cinesi sarebbe più o meno simile a quella degli italiani attualmente. Molte persone proverebbero l’empatia verso l’Italia e cercherebbero di aiutare, mentre altri, per paura e ignoranza, potrebbero purtroppo discriminare e cercare di stare lontani dagli italiani. Così penso che sarebbe in qualsiasi paese. La discriminazione è ovunque, non appartiene a un solo popolo, e nasce quando viene meno l’empatia e manca la conoscenza dell’altro. Come superarla? Questo è un dilemma che accomuna tutta l’umanità.

Ho sentito che in questi giorni, non solo in Italia, ma anche in Corea del Sud, le condizioni sono molto gravi. In questo giorni sto ascoltando molto la musica di Fabrizio De Andrè e di Kim Kwang Seok, ascoltandoli penso alla situazione di questi paesi, oltre che a quella della Cina.

Io forse non sono nato qui, ma ci sono cresciuto! Dobbiamo smantellare il muro che ci separa, e superare i nostri problemi insieme, per il bene comune di tutti noi”.

Inshallah, per aggiungere speranza sull’avvicinamento di ancora più culture.




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