Ci sono uomini che amministrano il proprio tempo e uomini che provano ad anticiparlo. Carlo Baldi apparteneva ai secondi. Cultura, spirito imprenditoriale, curiosità intellettuale, leadership e una visione sociale del progresso convivevano in una personalità poco incline alle liturgie e molto interessata alle idee. Soprattutto a quelle che potevano diventare realtà.
La sua formazione socialista, legata alla tradizione riformista reggiana, non gli aveva insegnato a diffidare dell’impresa e della ricchezza. Al contrario. Considerava la capacità di produrre, innovare e creare valore una delle grandi energie della società moderna. Ma il progresso aveva senso quando diventava un bene sociale, non quando restava patrimonio privato di chi lo aveva generato. La Betulla, della quale fu tra i fondatori, nasceva già da questa idea: mettere insieme persone, risorse e bisogni per ottenere ciò che il singolo non avrebbe potuto realizzare da solo.
Anni dopo applicò lo stesso metodo all’impresa. Alla fine degli anni Ottanta comprese che la piccola industria reggiana, tecnicamente formidabile ma troppo piccola per i mercati che stavano cambiando, aveva bisogno di dimensione, capitale, organizzazione, conoscenza. Non propose di proteggerla. Propose di unirne le forze. Nacque Yama. Da quell’esperienza arrivarono aggregazioni industriali importanti e la quotazione in Borsa di Emak. Non difendere il piccolo dal grande, ma dare al piccolo gli strumenti per diventare grande. Era politica industriale.
Lo era anche la sua idea di una Borsa per le piccole e medie imprese. Baldi aveva individuato in anticipo uno dei problemi del capitalismo italiano: aziende capaci di produrre ed esportare ma sottocapitalizzate, dipendenti dalle banche e prive degli strumenti finanziari necessari per compiere il salto successivo. Oggi parliamo normalmente di private equity, venture capital, minibond, mercati per le Pmi. Lui cercava quella strada quando sembrava ancora un’eccentricità.
Poi Internet, la ricerca, l’Università. Sempre lo stesso sguardo: anticipare. Una città industriale non poteva limitarsi a produrre buone macchine. Doveva produrre conoscenza, competenze, capitale umano. Reggio Città degli Studi, il primo nodo Internet cittadino, la battaglia per l’Università appartenevano allo stesso progetto. Impresa, capitale, tecnologia, cultura, formazione. Baldi vedeva la città come un sistema.
Ed è precisamente ciò di cui Reggio avrebbe bisogno oggi. La città possiede grandi imprese internazionali, manifattura avanzata, meccatronica, agroalimentare, cooperazione, capitali privati, Università, competenze professionali, un’area come le Reggiane ancora largamente da reinventare. Possiede i pezzi. Non possiede il disegno.
Qui emerge il problema politico. Reggio ha risorse straordinarie e un ceto politico sempre più modesto. A sinistra domina l’ideologia, in città troppo spesso la carriera per appartenenza. Giovani ideologizzati e spesso carrieristi, anziani mandarini mai sazi di potere occupano poltrone anche da pensionati. Si può essere burocrati a vent’anni e occupare una poltrona a ottanta. Cambiano le generazioni, il circuito resta. E cultura, impresa, lavoro, professioni e ricerca continuano a stare fuori dalla porta.
Baldi era l’opposto. Socialista, ma mai prigioniero dell’ideologia. Politico, ma insofferente alle liturgie della politica locale. Uomo d’impresa, ma convinto che il progresso dovesse diventare un bene sociale. Intellettuale, ma interessato soprattutto a trasformare le idee in azioni. Nel 1990 si candidò al Consiglio comunale nelle liste del PSI e l’elezione dovette conquistarsela: oltre seicento preferenze personali senza l’appoggio diretto della segreteria provinciale. Molti anni dopo, con Laboratorio per Reggio, raccolse oltre 7.500 voti. Non era un uomo d’apparato. Aveva leadership e idee proprie. Anche in politica preferiva convincere che appartenere.
È questo Baldi che manca oggi. Non la persona, irripetibile, ma il tipo di classe dirigente che rappresentava. Persone che arrivino alla politica avendo già qualcosa da portarle: conoscenza, impresa, professione, studio, esperienza, visione. Persone capaci di capire ciò che sta accadendo fuori dai palazzi.
E fuori sta cambiando il mondo. Intelligenza artificiale, robotica, data center, energia, nuova manifattura stanno ridisegnando economie e territori. Quale sarà la Reggio produttiva del 2040? Cosa diventeranno davvero le Reggiane? Come attireremo capitale e talenti? Quale rapporto nuovo deve nascere tra Università e imprese? Dove cresceranno le aziende che oggi ancora non esistono? Non sono temi da convegno. Sono la politica.
Nelle parole con cui il sindaco Massari ha ricordato Baldi ho trovato il riconoscimento istituzionale dovuto. Il minimo indispensabile. Non serviva un elogio più lungo. Sarebbe servito cogliere il significato contemporaneo di quella storia. Reggio non soffre per mancanza di risorse. Soffre per mancanza di progetto. Non esiste oggi un disegno riconoscibile della città dei prossimi vent’anni.
L’eredità di Baldi sta qui. Studiare, innovare, rischiare, mettere insieme persone diverse, cercare competenze, trasformare le idee in azioni. Considerare il progresso non una parola sospetta, ma un bene sociale. Guardare una piccola azienda e immaginare una rete industriale. Guardare una città senza Università e vedere una città universitaria. Guardare ciò che esiste e cercare ciò che ancora manca.
Non abbiamo bisogno di commemorare il metodo Baldi. Abbiamo bisogno di recuperarlo. Perché una città ricca di imprese, conoscenza e risorse che smette di immaginare il proprio futuro comincia lentamente a vivere del proprio passato.






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