“Ogni stagione dello sviluppo pone una domanda decisiva. La nostra è questa: come continuare a far crescere un territorio manifatturiero d’eccellenza mentre diminuiscono le persone in età lavorativa?”: è quello che si chiede Alessandro Malavolti, il nuovo presidente di Confindustria Reggio Emilia.
“Per molti anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla ricerca della manodopera necessaria alle imprese. È una questione reale e continuerà a esserlo. Ma se vogliamo davvero vedere quello che ancora non c’è, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che oggi quella domanda, da sola, non basta più”. E non basta perché, come riconosce Malavolti, “il calo demografico non è una difficoltà temporanea. È una trasformazione strutturale destinata ad accompagnare il nostro Paese per molti anni e che riguarda da vicino anche il territorio reggiano, dalla montagna alla Via Emilia fino alla pianura”.
“Continuare a leggere questa realtà esclusivamente come un problema di disponibilità di lavoratori significherebbe affrontarne gli effetti, senza coglierne le cause profonde. Naturalmente continuerà a essere importante attrarre nuove professionalità. Ma sarebbe illusorio pensare che questa possa rappresentare l’unica risposta. Ogni nuovo lavoratore richiede una casa, servizi, scuole, mobilità, sanità e un sistema di welfare capace di accompagnarne il progetto di vita. Quando poi si tratta di persone provenienti da altri Paesi, emerge una responsabilità ulteriore: favorire percorsi efficaci di integrazione e rinnovare continuamente quei presupposti di fiducia, partecipazione e coesione sociale che costituiscono uno dei patrimoni più preziosi del nostro territorio”.
Per questo, prosegue Malavolti, “credo che oggi sia necessario individuare anche una prospettiva complementare. La domanda non può essere soltanto dove trovare più lavoratori. La vera domanda è come costruire un sistema produttivo capace di creare più valore con gli stessi lavoratori. È questo il cambiamento culturale che abbiamo davanti”.
La risposta, per il presidente reggiano di Confindustria, “si chiama produttività. Ma non la produttività intesa semplicemente come maggiore efficienza. Parliamo di una produttività fondata sull’innovazione tecnologica, sull’automazione intelligente, sulla robotica, sull’intelligenza artificiale, sulla digitalizzazione dei processi, sulla formazione continua e su nuovi modelli organizzativi. Non solo, ogni investimento in tecnologia deve diventare anche un investimento sulle persone, perché saranno sempre le competenze a determinare il vantaggio competitivo delle imprese”.
Secondo Malavolti il territorio reggiano “possiede tutte le condizioni per affrontare questa sfida. La sua forza non risiede soltanto nella qualità della manifattura, ma nella rete di relazioni che collega, e che ancor più dovrà collegare, imprese, scuole, università, centri di ricerca, istituzioni e comunità locali. È questo ecosistema, diffuso dalla montagna alla pianura passando per la via Emilia, il vero capitale strategico sul quale costruire il futuro”.
In questo scenario, anche il rapporto con i giovani assume un significato completamente nuovo: “Per troppo tempo ci siamo chiesti come convincerli a entrare in fabbrica. Oggi dovremmo domandarci se siamo stati capaci di raccontare che cos’è davvero la fabbrica contemporanea. Le nostre imprese sono luoghi nei quali convivono automazione, robotica, intelligenza artificiale, sostenibilità, progettazione digitale e competenze sempre più sofisticate. Sono ambienti nei quali si innova ogni giorno e nei quali il lavoro manifatturiero richiede creatività, capacità di apprendere e responsabilità. Eppure, questa trasformazione non è ancora percepita pienamente da molti ragazzi e dalle loro famiglie”.
“Per questo il rapporto tra impresa, scuola, università e formazione non rappresenta soltanto una necessità economica. È una responsabilità culturale. Dobbiamo aiutare i giovani a comprendere che la manifattura offre molto più di un posto di lavoro: offre la possibilità di partecipare alla costruzione del futuro. L’attrattività della fabbrica contemporanea non dipende soltanto dalla qualità delle tecnologie che utilizza o delle retribuzioni che offre. Dipende dalla qualità del progetto di vita che è capace di proporre. Le persone scelgono territori nei quali possano crescere professionalmente, costruire una famiglia, trovare servizi efficienti, qualità della vita e una comunità aperta al cambiamento senza rinunciare alla propria identità”.
È in tale ambito, secondo Malavolti, “che il tema della produttività si intreccia con quello dello sviluppo territoriale. La competitività del futuro non sarà determinata soltanto dalla capacità delle imprese di produrre meglio. Dipenderà dalla capacità dei territori di diventare luoghi attrattivi per vivere, lavorare, studiare, fare ricerca, innovare e costruire il proprio futuro. Questa è la vera terza missione dell’industria e della sua associazione nel territorio. Non limitarsi a creare ricchezza, ma contribuire a creare le condizioni affinché un’intera comunità possa continuare a generare sviluppo, conoscenza, coesione sociale e opportunità per le nuove generazioni”.
“È una responsabilità che nessuna impresa può esercitare da sola e che richiede una collaborazione stabile tra sistema produttivo, scuola, università, ricerca, istituzioni e autonomie locali. Anche questo significa vedere quello che ancora non c’è. Significa comprendere che la competizione di domani non sarà tra chi riuscirà semplicemente a trovare più lavoratori, ma tra quei territori capaci di generare più innovazione, più produttività e più valore attraverso il talento delle persone”.
“Preparare oggi questa trasformazione”, conclude Malavolti, “significa offrire alle imprese, ai giovani e all’intera comunità del territorio reggiano una prospettiva credibile di futuro. Perché vedere quello che ancora non c’è non significa immaginare un domani lontano. Significa avere la responsabilità di costruirlo, insieme, a partire dalle decisioni che assumiamo oggi”.






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