Al Festival Aperto di Reggio in prima assoluta il “Pierrot Redux” di Massimiliano Viel

Pierrot Redux 2022 ph. Andrea Mazzoni

Venerdì 7 ottobre alle 20.30 al teatro Ariosto di Reggio andrà in scena in prima assoluta “Pierrot Redux”, opera cabaret in 7×3 scene, nuova produzione e commissione della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia/Festival Aperto. Lo spettacolo sarà poi replicato anche domenica 9 ottobre alle 18.

Scritta da Massimiliano Viel per due voci, 7 strumenti e basi elettroniche, l’opera da camera prende come punto di riferimento quel “Pierrot Lunaire” di Arnold Schönberg (che, con la sua rivoluzionarietà musicale, è alla base prima della modernità e poi del contemporaneo) e la raccolta di poesie “Pierrot Lunaire: Rondels bergamasques” del poeta belga Albert Giraud, alla base del lavoro di Schönberg.

L’impianto visivo (regia, scene, costumi e luci) è curato da Filippo Andreatta, fondatore dello studio di ricerca Oht – Office for a human theatre. Nel cast sono presenti la soprano Felicita Brusoni, il baritono Victor Andrini e l’ensemble Icarus, diretto da Dario Garegnani.

L’ambientazione sonora di Viel, che è compositore, musicista, ricercatore e didatta, parte da due persone – una donna e un uomo – reduci da una notte di bagordi, che si fermano a guardare la luna. Una soprano e un baritono, due volti di un solo personaggio che va sdoppiandosi, dividendosi, frammentandosi. La moltitudine di voci, che chiunque porta con sé, prende il sopravvento sgretolando Pierrot. Frantumi che a loro volta diventano personaggi staccati dall’originale ma fusi ad esso, disgregati ma assieme, isolati ma anche all’unisono. Particelle di una soggettività che si ostinano nella notte, in una festa che in realtà è già finita ma che indugia nell’energia di quell’unico corpo infranto, nel procrastinarsi dell’ebrezza.

Viel crea così un lavoro interamente nuovo in cui Pierrot viene catapultato nel caotico mondo contemporaneo, simbolo di una soggettività perduta, inevitabilmente distratta dalle lusinghe di una mondanità alienata. Qui, come in Schönberg, dominano i numeri 3, come le parti dell’opera ma anche come gli strati compositivi che la percorrono.


“Se la prima parte, dedicata al soprano, è dunque quella più “tradizionale” in cui sono ancora riconoscibili le istanze del Pierrot Lunaire, la seconda parte, dedicata al baritono, è l’irruzione del mondo esterno, ormai globale e incontrollato”, ha scritto Viel nelle note di composizione: “La terza parte, in cui sono prevalenti i duetti, cerca, pur sempre senza abbandonare totalmente il registro del grottesco, di alludere, per quanto può farlo un brano musicale o una poesia simbolista, ad alcuni nodi importanti nella costruzione della soggettività contemporanea, come l’avidità funzionale al capitalismo, l’abnegazione alle false verità proposte dai media, la costruzione di un mondo come lo specchio del sé individuale e il senso, sempre più opaco, di realtà. Dal punto di vista più specificamente narrativo, il Pierrot Redux segue le intenzioni di Giraud, corrisposte anche da Schönberg, nel creare una giustapposizione di quadri fortemente caratterizzati da scene e gesti”.

Andreatta ha scelto di tradurre l’ambientazione sonora immaginata da Viel svuotando il palco, che diventa un paesaggio spoglio sul quale regna solitaria l’immagine di una gigantesca eclissi: “Pierrot Redux – scrive nelle sue note di regia – è il residuo di un rave party; una transizione tra il cielo notturno e diurno, un’interposizione stellare. Pierrot Redux è un’eclissi: il sole è occluso dalla luna, oscurato, e solo frange di luce e bagliori attraversano la galassia solare non permettendo all’alba di far scemare la festa, al corpo di riunirsi in uno. In questa lenta transizione, la luna si frappone tra i resti di Schönberg e la riscrittura di Viel creando un cono di penombra, un’ombra celestiale che vaporizza il Pierrot Lunaire nei suoi fantasmi contemporanei”.



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