Da fine luglio, dopo la clamorosa inchiesta “Odysseus” che ha portato all’arresto di sei carabinieri accusati di reati gravissimi (dallo spaccio all’estorsione, dalla tortura alla ricettazione, passando per arresti illegali, lesioni personali, peculato d’ufficio, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale, violenza privata aggravata e truffa ai danni dello Stato), al sequestro della caserma Levante e al trasferimento dei vertici provinciali dell’Arma, Piacenza ha un nuovo comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Paolo Abrate.
“Il mio obiettivo personale, come ho fatto in tutti i luoghi in cui sono andato, è quello di guadagnare la fiducia, che si guadagna giorno per giorno”, ha detto il neo-comandante presentandosi alla stampa. Assieme al colonnello Abrate sono arrivati a Piacenza anche il tenente colonnello Alfredo Beveroni, nuovo comandante del reparto operativo, e il maggiore Lorenzo Provenzano, a capo del nucleo investigativo.
“Si possono fare grandi dichiarazioni di intenti ma poi è con i fatti che si ottengono le cose. La mia promessa e il mio impegno è di dedicare ogni mia forza e energia alla tutela della cittadinanza di Piacenza”, ha aggiunto Abrate: “Non sono uno che guarda alla statistica, non è quello. Ma al verificarsi dell’evento chiederò un intervento adeguato e veramente rispondente al quadro giuridico di riferimento”, ha assicurato.
Nel frattempo dai primi accertamenti della Direzione distrettuale antimafia di Milano, alla quale erano stati trasmessi per competenza gli atti che riguardano il capitolo sui rifornimenti di hashish e marijuana nel Milanese, non sarebbe emerso alcun legame con la ‘ndrangheta da parte dei carabinieri e dei pusher arrestati nell’inchiesta della procura piacentina.

Anche il deposito di Gaggiano, centro alle porte del capoluogo lombardo presso il quale avvenivano gli approvvigionamenti delle droghe leggere da parte degli indagati, dagli accertamenti svolti non risulta essere gestito dalla criminalità organizzata calabrese.
L’indagine della Dda milanese era stata affidata al pm Stefano Ammendola in base ad alcune intercettazioni e a un’informativa della Guardia di Finanza: tra i dialoghi intercettati che avevano fatto ipotizzare possibili legami con le ‘ndrine della Locride c’era, per esempio, la conversazione in cui l’appuntato dei carabinieri Giuseppe Montella – parlando con la compagna Maria Luisa Cattaneo – definiva “calabresi” e “pezzi grossi” gli interlocutori di Daniele Giardino, che secondo l’accusa sarebbe stato colui che avrebbe fornito lo stupefacente agli indagati.







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