Quello di sabato 27 ottobre, ore 18.00, Palcoscenico del Teatro Valli, nell’ambito del festival Aperto, sarà un concerto dove, come non si suol dire, succede un 68.
Mirco Ghirardini, clarinetti e sax, Andrea Rebaudengo, pianoforte, Simone Beneventi, percussioni compiranno un’escursione musicale prima durante e dopo l’anno fatidico 1968.
L’anno in cui, secondo lo slogan del maggio parigino, i “muri hanno la parola”. C’est à dire que: l’imprevisto prende la parola, le gerarchie si ritrovano corrose, l’immaginazione cerca il potere, la trasgressione sostituisce l’obbedienza, così nelle piazze e nella protesta come nelle arti e nei linguaggi.
Gli studenti, gli operai, i costumi, il sesso – certo – ma anche la musica che disconosce l’accademia, o la schernisce con gusto.
Del primo evento sociale global-mediatico della storia (guerre escluse) questo programma restituisce un’immagine infatti globale ed eclettica: un concerto di musica classica che snobba le forme classiche. Con autori provenienti dal mondo occidentale e dal mondo sovietico, dall’Europa e dall’America bianca, nera e multietnica; pezzi che elevano un’ode non all’amata o alla nazione, ma al “Che”, o che nell’omaggiare Beethoven lo satireggiano, o rivendicano la specificità nera o popolare, o piegano la tecnologia a modi ironico-creativi, o prescindono addirittura da strumenti musicali, o sconfinano nell’azione happening.
La nuova composizione in prima assoluta, commissionata appositamente per l’occasione a Giovanni Mancuso, sguardo a posteriori da 50 anni di distanza, partecipe ma fatalmente disincantato, si presenta come “azione politicomagicoacustica su canzoni del Maggio 68”. Si chiama Revolution n. 68
Free Mystic Kabarett e l’autore così la spiega: “Slogan di piazza, canzoni dimenticate, invisibili elicotteri, deliri ritmici, megafoni, dischi, forbici, ocarine…. Un “tutto, subito” concentrato in un microteatrino di utopie realizzate.
I 10 quadri di Revolution n. 68 sono un libero kabarett di immagini sognate, la carnalita’ urgente di rivoluzioni che si trasformano in una successione di visioni oniriche nel gioco ironico e autoironico di una mistica privata e surreale.
Ecco, dopo cinquant’anni, la mia nostalgia del futuro”.







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