C’era una volta il maiale. E adesso non c’è più. C’era una volta la Rassegna Suinicola Internazionale, è finita anche quella. La provincia di Reggio ha perso l’odore celtico originario, ch’è un ingrediente dell’identità.
La Gi&Gi, che produceva mangimi, aveva posto come insegna giocosa, in zona Gavassa, una seicento rosa montata da un porcello, proprio là dove cascava il naso a chi arrivava in auto o in treno da Bologna. Sparita anche quella, l’abbiamo ritrovata alla FoMa di Modena, che ne ha tratto dei maliziosi gadget.
Quando Reggio era la Porcopoli d’Italia, intorno a noi viveva una popolazione suina enorme: cinque maiali ogni due abitanti. Ovvia l’idea di dedicare a questo fatto un approfondimento culturale a cui partecipò il poeta Corrado Costa, e vari docenti della Sorbona, storici della cucina, nutrizionisti, cuochi. La kermesse, di rilevanza nazionale, passò alla storia come I Porci Comodi. L’opposizione (ai maiali, all’amministrazione, alla sottoscritta) intitolò i suoi attacchi scrivendo “Grugnisco ergo sum”.

Tutto questo è stato raccontato in tre libri d’epoca, ormai rarissimi, e in un quarto, scritto dopo qualche anno, che raccoglieva tutte le informazioni e suggestioni maialesche che ancora vagavano nell’aria, comprese cento ricette per cannibali e vegetariani. Da questo evento ad oggi sono passati poco più di quarant’anni, ed è ormai un capitolo di storia locale.
Nel frattempo, piano piano, siamo diventati un popolo di vegetariani, vegani, respiriani o quasi. Il fatto più significativo della nuova cultura e sensibilità si è verificato a Castelnovo ne’ Monti, quando in consiglio comunale è arrivata una mozione per proibire l’esibizione horror della testa della porchetta nelle macellerie. Mozione respinta ma non dimenticata.
Adesso sono tempi di magro: verdure, alghe e pesce. Le trasgressioni sono consentite, ma poche: una maialata col quinto quarto, un giro alle Terme del Colesterolo, un cotechino natalizio. E naturalmente il/lo gnocco fritto con lo strutto. Abbiamo cambiato maiale: ora l’attenzione va al merluzzo, detto anche “maiale dei mari”, perché niente se ne butta o va sprecato. La Padania lo ama, per la sua facile conservazione, sotto sale (baccalà) oppure seccato al vento del nord (che sarebbe lo stoccafisso).

Roba che uno la mangia, dice che gli piace o non gli piace, e chiuso l’argomento. Sbagliatissimo! L’argomento non è chiuso per niente, perché dietro c’è una storia affascinante che aggiunge sapore al sapore. E questa storia va cercata nella geografia, cioè in un posto inverosimile, alle isole Lofoten, Norvegia, circolo polare artico. Un posto tranquillo scoperto ultimamente dal turismo di movimento, trekking, sci, bike, arrampicata, pesca e surf. Il tutto con il contorno della pervasiva puzzetta dei pesci al vento, esposti alle intemperie su tralicci che sembrano vigneti nei pressi dei paesi.
È lì che andò a naufragare dopo mille peripezie il nobile veneziano Pietro Querini, che possedeva una tenuta nella Creta veneziana e commerciava in Malvasia. Era il 1431. Querini armò la sua caracca con cinquanta uomini di equipaggio, la caricò di spezie, cotone e vino, passò le colonne d’Ercole diretto alle Fiandre, e subito cominciò la sua sventura. Si ruppe il timone, la tempesta frullò la nave avanti e indietro, la portò fino al paese dei Vichinghi…
Il racconto continua sabato 7 novembre alla Biblioteca delle Arti, in piazza della Vittoria 5 a Reggio Emilia.







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