Ho avuto la fortuna di una formazione culturale precoce, cominciata prima della scuola. I libri e la carta stampata hanno accompagnato la scoperta del mondo, segnando le passioni principali della mia vita. Li amo ancora. Mi mancano le edicole scomparse, le librerie nelle quali entravi cercando un titolo e uscivi con un’idea imprevista. Ma l’affetto per ciò che ci ha formati non può diventare una pretesa sul futuro degli altri.
Nel 1999 lasciai la carta per il web. Avevo compreso che si apriva un cambiamento epocale, destinato a ridisegnare la comunicazione e le relazioni nel nuovo secolo. Fare giornalismo avrebbe richiesto strumenti diversi, altre velocità, un rapporto nuovo con i lettori. Restare fedeli al proprio mestiere significava anche avere il coraggio di cambiarlo.
All’inizio del secolo in Italia si vendevano circa sei milioni di quotidiani al giorno. Oggi gli acquisti in edicola sono scesi sotto il milione. Possiamo discutere quanto dureranno ancora le edizioni stampate, quali sopravvivranno come prodotti di nicchia. La trasformazione è già avvenuta: le notizie viaggiano prevalentemente altrove. Il giornalismo dovrà meritarsi un posto in quel mondo, senza aspettare che il mondo torni in edicola.
McLuhan scriveva che “il medium è il messaggio”. Gli strumenti cambiano anche le abitudini, il pensiero, il modo di conoscere. Difendere la cultura significa comprendere questi passaggi e abitarli con competenza. La qualità dipende dalla preparazione di chi scrive, dalla verifica, dalla profondità di ciò che offre. Nessuna di queste virtù richiede obbligatoriamente una rotativa.
La controversia sui libri scolastici rende il problema chiarissimo. Il governo propone di obbligare gli editori a offrire i testi per scuola e università anche in versione digitale stampabile, a un prezzo inferiore di almeno il cinquanta per cento rispetto alla carta. La lobby editoriale ne chiede la cancellazione. Fra le obiezioni compare il costo della stampa domestica, che potrebbe annullare il risparmio. Ma perché dovremmo necessariamente stampare?
È proprio questo automatismo a essere superato. Un contenuto digitale può essere letto, annotato, consultato, cercato e aggiornato sul dispositivo. A parità di qualità e competenza, può raggiungere lo studente immediatamente, accompagnarlo ovunque, consentirgli di portare con sé un’intera biblioteca. Per molti giovani è già il modo abituale di accedere alle informazioni. Si adeguino anche scuole e università, investendo in dispositivi, accesso e formazione degli insegnanti.
Scrivere un buon manuale costa. Autori, curatori e illustratori devono essere remunerati. Ma proprio il digitale permette di distinguere meglio il valore del lavoro intellettuale dai costi della sua riproduzione materiale. Difendere il primo non obbliga a conservare tutti i secondi.
La carta richiede materie prime, acqua, energia, stampa, trasporti, magazzini e smaltimento. Anche il digitale ha un’impronta ambientale, ma distribuire un contenuto non richiede di fabbricare e movimentare ogni volta un nuovo oggetto. E lo spazio conta: le grandi biblioteche domestiche diventano difficili da ospitare nelle case contemporanee; conservare raccolte cartacee impone anche alle biblioteche pubbliche esigenze fisiche che l’accesso digitale può alleggerire.
Ogni settembre, intanto, le famiglie pagano. Nuove edizioni, dotazioni costose, aggiornamenti dei quali è legittimo chiedere la reale consistenza. La domanda dovrebbe essere come offrire una formazione migliore a un costo più accessibile. Troppo spesso diventa come preservare il fatturato dell’attuale filiera.
È l’Italietta che celebra l’innovazione nei convegni e la contrasta quando arriva alla porta. Liberale sulla concorrenza altrui, assai protettiva verso le proprie rendite. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, dice Tancredi nel Gattopardo. Qui si pretende spesso di conservare tutto senza cambiare neppure gli strumenti.
Avremo altri giornali, altri libri, altri modi di studiare. Potremo raggiungere più persone, rendere disponibili patrimoni prima lontani, costruire percorsi educativi più ricchi. La competenza avrà ancora valore: dovrà dimostrarlo dentro possibilità nuove.
Anche la carta potrà trovare una nuova stagione. Esaurita la funzione di diffondere rapidamente le notizie, potrà valorizzare la propria qualità materiale: stampa, immagini, cura grafica, rilegature. Libri e riviste da conservare, collezionare, regalare. Edizioni di pregio, fino all’altissima gamma e al lusso, recuperando una dimensione che il libro possedeva secoli fa, quando era anche un bene raro e prezioso. La ricerca della qualità potrà prendere il posto della corsa alle copie.
Continuerò ad amarla, quella carta. Ma dalla mia precoce educazione ai libri ho ricevuto soprattutto il desiderio di conoscere, e conoscere significa esporsi a ciò che ancora non siamo. Nel suo senso più radicale, vivere è partecipare al cambiamento: la vita stessa lo è.






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