C’è stato un istante preciso in cui ho avvertito che la mia giovinezza stava scivolando via: è accaduto quando le vecchie geometrie dei campi hanno cambiato forma, quando i mattoncini di fieno rassicuranti e squadrati hanno ceduto il passo alle grandi rotoballe. Le osservo ancora oggi, disseminate tra le stoppie d’estate, e mi appaiono sempre come le installazioni di un artista contemporaneo. Se io fossi un artista, vorrei fare un’installazione artistica con queste rotoballe, questi giganti di paglia posati sul mondo, magari disseminandoli in una città.
Da qualche estate, tuttavia, il paesaggio ha deciso di rivelarmi un nuovo enigma.
Sfrecciando lungo la strada dietro i finestrini della mia vecchia Fiat nera a metano, che ormai ha superato i dieci anni di strada e di memoria, diretto come al solito verso il distributore di Cavriago dove il carburante costa ancora un poco meno, ho iniziato a scorgere strani dettagli tra le zolle. Campi sterminati punteggiati da centinaia di bastoncini conficcati nella terra. Tutti disposti alla medesima distanza l’uno dall’altro, rigorosi, perfettamente immobili.
Un’altra installazione, ho pensato.
Ma dall’auto in corsa la vista ingannava: forse giovani germogli appena piantati? Ma di quale strana specie?
All’inizio di agosto, vinto dalla curiosità, ho deciso di accostare sulla banchina e spegnere il motore. Mi sono incamminato verso il bordo di quel terreno silenzioso. È stato allora che l’illusione si è svelata: non erano bastoncini di legno. Erano gabbiani.
Centinaia di gabbiani posati nel cuore arido della pianura. Immobili, distanziati, rigidi. Mi sono avvicinato passo dopo passo, ma loro non hanno tradito alcun timore, restando congelati in una quiete solenne. In un primo momento ho pensato alla ferita della crisi climatica: alla confusione nella mente degli uccelli, al loro orientamento smarrito, a una pianura Padana scambiata per un infinito mare verde di nostalgia.
Mi sono informato. Ho scoperto che gli esperti spiegano questa presenza come un fenomeno adattativo sempre più frequente: specie marittime come il gabbiano comune o il reale sono ormai stanziali nell’entroterra. Quei prati non sono illusioni, ma dispense strategiche. Dopo le piogge o durante l’irrigazione, quando la terra crepa sotto il sole, il terreno offre lombrichi, larve e piccoli roditori. I gabbiani attendono. Sostano immobili per risparmiare energia sotto le calure estreme, aspettando che il vomere di un trattore porti alla luce il nutrimento o riposando tra una sessione di caccia e l’altra. Senza zampe adatte ad aggrapparsi ai rami degli alberi, la terra aperta è il loro unico nido sicuro, uno specchio da cui avvistare ogni movimento.
Ho fatto ancora qualche passo verso di loro. I gabbiani continuavano a non muoversi, dritti come sentinelle di legno, rigidi come soldatini di piombo piantati nella polvere.
Poi, d’improvviso, ho battuto le mani.
In quell’istante, decine, centinaia di piume bianche si sono sollevate all’unisono con incredibile lentezza. Dal verde arso del prato si è levata verso l’alto un’unica, immensa nuvola candida. Un respiro solenne che ha riempito il cielo azzurro dell’estate più calda del secolo. È stato un momento d’incanto puro: vedere quella vertigine di luce alzarsi e danzare verso l’infinito mi ha commosso e riempito di felicità.






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