Neoliberismo immaginario

Elly Schlein Festa nazionale Unità 2026 Reggio Emilia – NF

Il nemico, per Elly Schlein, ha un nome: neoliberismo. Lo ha ripetuto a Reggio Emilia, chiudendo la Festa nazionale dell’Unità davanti a una platea che lasciava parecchio verde in vista al Campovolo, nonostante i pullman annunciati da tutta Italia. Bisogna cambiare modello economico, sostiene la segretaria del Pd, perché quello attuale ha prodotto diseguaglianze.

Ma quale modello? Perché se c’è un Paese occidentale nel quale il liberismo fatica a mostrarsi, è proprio l’Italia.

Spesa pubblica enorme, pressione fiscale tra le più alte d’Europa, burocrazia pervasiva, Stato presente in quasi ogni angolo dell’economia. Autorizzazioni, vincoli, concessioni, partecipate, corporazioni, tutele acquisite. Una singola partita Iva deve pagarsi un commercialista per orientarsi tra fisco, fatture, scadenze, leasing e adempimenti. Non per organizzare sofisticate architetture societarie: per lavorare e pagare le tasse. Nel pubblico impiego, nel frattempo, la sicurezza del posto è tale che persino casi clamorosi di assenteismo, negligenza o scarso rendimento finiscono spesso per diventare questioni procedurali prima che di responsabilità.

Per decenni distribuire è stato politicamente più facile che produrre. Negli anni Sessanta e Settanta l’espansione delle prestazioni previdenziali arrivò alle baby pensioni. Il costo venne trasferito alle generazioni successive e contribuì a quel gigantesco debito pubblico che ancora oggi condiziona ogni politica economica.

Se questo è neoliberismo, Milton Friedman merita almeno delle scuse.

L’Italia soffre semmai del problema contrario. Da trent’anni cresce poco, la produttività ristagna, gli investimenti arrancano, il lavoro qualificato è pagato male, molti giovani se ne vanno. Chi apre un’impresa, assume, investe o costruisce un impianto deve attraversare un sistema fiscale, amministrativo e giudiziario che troppo spesso tratta chi produce come un soggetto da sorvegliare prima che come una risorsa. Non stupisce che l’Italia attragga meno grandi investimenti internazionali di quanto consentirebbero le sue potenzialità.

Le diseguaglianze esistono e alcune sono profonde. Ma trasformare il “neoliberismo” nella spiegazione universale serve a poco. L’ascensore sociale italiano si è fermato non perché abbiamo avuto troppo mercato, ma anche perché ne abbiamo avuto troppo poco: poca concorrenza, poca mobilità, poca meritocrazia, poca crescita. Una società immobile tutela chi è dentro e presenta il conto a chi cerca di entrare.

Resta allora la questione politica. Se Schlein vuole superare questo modello, dovrebbe dire quale intende sostituirgli. Più Stato, più spesa, più tasse su patrimoni e imprese, più trasferimenti e regolazione? Oppure una socialdemocrazia capace di tenere insieme mercato, crescita, concorrenza e protezione sociale?

Non è una disputa sulle etichette. Il Pd di Schlein appare oggi molto più vicino alla cultura della vecchia Rifondazione comunista che al riformismo che accompagnò la nascita del Partito democratico. L’alleanza con Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle rafforza questa inclinazione. Il reddito di cittadinanza ha mostrato quanto possa essere elettoralmente redditizio distribuire risorse soprattutto nelle aree economicamente più fragili del Mezzogiorno. Resta assai meno chiaro come quella dipendenza possa diventare sviluppo, lavoro e produttività.

Ed eccoci al punto. Diritti, welfare, sanità, scuola, pensioni, salari: chi crea la ricchezza necessaria a pagarli?

La sanità pubblica non si finanzia combattendo il neoliberismo e le pensioni non vengono pagate dalle diseguaglianze. Occorrono imprese che producano, lavoratori che generino reddito, investimenti, innovazione, produttività, profitti e dunque imposte. La ricchezza può essere redistribuita dopo che qualcuno l’ha prodotta. È poco romantico, ma anche lo Stato sociale ha bisogno di qualcuno che paghi il conto.

La sinistra italiana sembra aver invertito l’ordine dei fattori: discute con grande passione di come distribuire una ricchezza che il Paese, da decenni, fatica a far crescere.

Schlein può dichiarare conclusa l’epoca neoliberista. Prima dovrebbe dimostrare che in Italia sia mai cominciata.

 

nicolafangareggi.substack.com




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