Dopo il No

Il viandante sul mare di nebbia – W

Una parte importante della cultura occidentale vive da decenni contro il mondo che l’ha prodotta. Non lo critica per migliorarlo: lo considera colpevole in origine. Le istituzioni nascondono il dominio, il sapere il potere, la morale la repressione, la tradizione l’oppressione. L’autorità è sospetta, la famiglia una struttura da smontare, l’identità una costruzione, il linguaggio il luogo nel quale qualcuno esercita il proprio potere su qualcun altro. Non era inevitabile arrivare qui.

Nel secondo dopoguerra la Francia diventa il grande laboratorio filosofico europeo. Marxismo ed esistenzialismo si incontrano, poi arrivano strutturalismo e post-strutturalismo. Sartre, Althusser, Foucault, Derrida, Deleuze sono autori diversi, talvolta lontanissimi, che sarebbe scorretto rinchiudere in una sola scuola. La stessa definizione di French Theory appartiene più alla loro fortuna americana che alla filosofia francese. Un filo però esiste, soprattutto nella ricezione che questo pensiero ha avuto nelle generazioni successive: il sospetto verso ciò che pretende di essere vero, verso chi esercita un’autorità, verso le istituzioni, la normalità, la tradizione, lo Stato liberale, la società borghese, l’Occidente. La critica smette a un certo punto di essere uno strumento e diventa una postura.

Nietzsche occupa in questa storia una posizione decisiva e credo sia stato usato, più ancora che letto, in modo parziale. È diventato il grande demolitore: morte di Dio, genealogia della morale, distruzione dei valori, critica della verità. Un Nietzsche perfetto per un pensiero che voleva decostruire. Ma Nietzsche non celebra il nichilismo, lo vede arrivare. Il nichilismo è il suo problema, non la soluzione. La domanda è come attraversarlo e superarlo. Per questo accanto al martello ci sono la trasvalutazione, l’amor fati, l’eterno ritorno, la creazione. C’è una forza affermativa che una parte dei suoi eredi ha smarrito. C’è il Sì. Una certa cultura del secondo Novecento si è fermata invece al No.

Il fenomeno diventa politico. La rivoluzione prende il posto della salvezza mentre le religioni perdono forza: non più il paradiso dopo la morte, ma la liberazione dopo la rivoluzione. Il capitalismo deve essere abbattuto, la società borghese superata, le istituzioni smascherate, l’autorità contestata. La parola rivoluzione conserva un fascino che la storia avrebbe dovuto distruggere. Il Novecento aveva già mostrato il prezzo dell’uomo nuovo trasformato in programma politico, ma il mito sopravvive e arriva al Sessantotto, insieme a domande di libertà che sarebbe assurdo negare: la condizione femminile, l’autoritarismo delle istituzioni, la sessualità, gerarchie sociali diventate soffocanti. Accanto a quelle domande cresce però un’idea destinata a durare: essere contro diventa un valore in sé. Contro la scuola, la famiglia, lo Stato, l’impresa, la polizia, l’America, il mercato, le convenzioni. Il No diventa identità.

L’Italia conosce anche il punto estremo di questa cultura. Sarebbe sciocco attribuire il terrorismo a Foucault o a qualche libro francese: le Brigate Rosse non nascono in un seminario di filosofia. Ma la violenza politica cresce dentro un clima nel quale la democrazia liberale può essere descritta come una finzione borghese, lo Stato come apparato repressivo e la rivoluzione come prospettiva possibile. Dentro quella lunga stagione troviamo anche la frattura tra generazioni, il rifiuto delle regole, la fuga dalla realtà; persino la droga entra nella cultura della liberazione e diventa per molti autodistruzione. Non tutto deriva dalla stessa origine e una genealogia meccanica sarebbe falsa. Vedo però un tratto comune: la libertà confusa con la liberazione da ogni limite.

Qui nasce la contraddizione che più mi interessa. Le generazioni europee del dopoguerra hanno ricevuto qualcosa che nessuna generazione precedente aveva conosciuto in queste dimensioni: pace, crescita economica, istruzione, sanità, libertà politica, mobilità sociale, diritti individuali, aumento della speranza di vita, possibilità di studiare, viaggiare, scegliere il proprio lavoro e la propria esistenza. Non era il paradiso, ma una civiltà che aveva attraversato due guerre mondiali, fascismo, nazismo, Shoah e totalitarismi e aveva imparato qualcosa dalle proprie catastrofi. Su questa base avremmo potuto costruire. Abbiamo preferito insegnare a sospettarne.

È questo il punto sul quale sento maggiore distanza da una parte della cultura nella quale sono cresciuto anch’io. Ho conosciuto quel linguaggio: il sistema, il potere, la repressione, l’alienazione, la società borghese. Parole che avevano un significato e indicavano problemi reali, ma che sono diventate una grammatica. Se il mondo è sempre un sistema di dominio, essere contro diventa la sola posizione moralmente accettabile. Il passato non è più un patrimonio da conoscere, selezionare e trasmettere, ma un imputato; l’eredità ricevuta non produce gratitudine ma sospetto; la libertà conquistata non è una condizione da difendere perché dietro di essa bisogna cercare la struttura che ci domina.

Questa cultura non è scomparsa, ha cambiato vocabolario. Nelle scuole e nelle università occidentali il giovane incontra presto categorie con cui individuare oppressori, privilegi, discriminazioni, gerarchie, rapporti di forza. Deve conoscerle, perché quelle realtà esistono, ma dovrebbe incontrare con la stessa forza altre parole: responsabilità, limite, disciplina, conoscenza, bellezza, gratitudine, libertà, coscienza. Non serve immaginare un complotto o un programma organizzato di indottrinamento. Il meccanismo è più semplice e profondo: se abitui una persona a interpretare il mondo attraverso il conflitto, troverà conflitto ovunque; se le insegni che dietro ogni relazione esiste un rapporto di potere, finirà per vedere prima il potere della relazione. La vecchia lotta di classe cambia protagonisti, la struttura mentale sopravvive.

Così ragazzi appartenenti alle generazioni più protette della storia europea possono crescere persuasi di abitare una realtà intollerabile. Possiedono libertà che i loro bisnonni non avrebbero saputo immaginare e imparano a diffidare della civiltà che le ha rese possibili. Il benessere non rende felici e non risponde alla domanda sul senso; quando la lotta per la sopravvivenza arretra, quella domanda può diventare ancora più urgente. Ed è proprio qui che la filosofia avrebbe potuto compiere un salto, chiedendo che cosa facciamo della libertà che abbiamo ricevuto invece di continuare a domandare chi ci opprime. La seconda domanda offre un colpevole, la prima ci lascia davanti alla nostra responsabilità.

Da Marx a una parte del pensiero post-strutturalista ritorna la tentazione di spiegare l’essere umano attraverso ciò che lo determina: classe, produzione, linguaggio, discorso, potere, dispositivo, genere, istituzione. Sono strumenti formidabili per leggere la realtà, ma diventano una prigione quando pretendono di contenerla tutta. A quel punto scompare la persona, scompare l’individuo capace di assumere la propria esistenza, conoscerla, modificarla e costruire. E scompare la domanda che considero essenziale: chi sono io, prima ancora di stabilire contro chi devo combattere?

La democrazia liberale non è il compimento della storia e il mercato non è una religione. L’Occidente ha prodotto guerre, imperialismi, sfruttamento, razzismo e totalitarismi, ma ha prodotto anche gli strumenti con cui li abbiamo giudicati: libertà di coscienza, diritto, separazione dei poteri, metodo scientifico, universalismo dei diritti, democrazia, critica pubblica. Persino la libertà di dichiarare repressiva la società occidentale esiste perché quella società permette di farlo. Dopo ottant’anni senza una guerra generale tra le grandi potenze dell’Europa occidentale consideriamo normale persino la pace: uno dei successi più impressionanti della nostra storia è diventato invisibile.

Credo sia arrivato il momento di uscire dal lungo Novecento del sospetto. Non per restaurare autorità indiscutibili, famiglie patriarcali, nazionalismi o morali obbligatorie. Non voglio tornare indietro, voglio andare avanti: oltre Marx, dopo Marx; oltre la French Theory, dopo averla studiata; oltre Nietzsche trasformato nel profeta della dissoluzione, per tornare al Nietzsche che guarda il nichilismo negli occhi e cerca una forza capace di attraversarlo.

Qui torna il Sì. Dire Sì non significa accettare il mondo così com’è, obbedire, adattarsi o rinunciare alla critica. È il contrario della rassegnazione. Il Sì è più difficile del No perché obbliga a creare ciò che ancora non esiste. Il No ha sempre qualcosa contro cui scagliarsi, ha bisogno di un nemico, di un’autorità, di un sistema, di un colpevole; il Sì deve trovare in sé la propria forza. Significa assumere la vita prima di giudicarla, riconoscere ciò che abbiamo ricevuto senza rinunciare a cambiarlo, accettare il limite senza trasformarlo in una condanna, sapere che nessuna rivoluzione e nessuna struttura sociale potranno liberarci dal compito di diventare ciò che siamo.

Qui, per me, politica e filosofia tornano a incontrarsi. Una società libera non dovrebbe educare i propri figli al rancore verso ciò che hanno ricevuto, ma consegnare loro gli strumenti per conoscerlo, criticarlo, conservarne ciò che vale e superarne ciò che non vale più. Abbiamo dedicato mezzo secolo all’arte della decostruzione e abbiamo imparato a dire No con grande raffinatezza. Il problema del nostro tempo è tornare a costruire e imparare a dire Sì. Non il Sì di chi obbedisce. Il Sì di chi sceglie.

nicolafangareggi.substack.com




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