Viva Fidel

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I Giovani Democratici celebrano Fidel Castro. A Roma scrivono «Hasta siempre, Comandante Fidel», a Latina «Viva Fidel». Nel centenario della nascita del rivoluzionario e dittatore comunista cubano, una parte dei giovani del principale partito della sinistra italiana rende omaggio al Comandante. Il problema non è solo Castro. È la storia che abbiamo dimenticato.

Fidel Castro ha governato Cuba per quasi mezzo secolo senza elezioni libere, opposizione politica, libertà di stampa. Il suo regime ha incarcerato dissidenti, perseguitato omosessuali e cristiani, espulso sacerdoti, limitato la libertà religiosa, istituito campi di lavoro e rieducazione, celebrato processi sommari, fucilato oppositori. Ha costruito un’economia statalista che ha prodotto penuria e miseria mentre il vertice del regime viveva nel privilegio. Nel 2006 Forbes stimò la ricchezza personale di Castro in circa 900 milioni di dollari. Il paradosso resta quello tipico delle dittature comuniste: l’uguaglianza per il popolo, i privilegi per la nomenklatura. Milioni di cubani hanno lasciato l’isola. Dopo Fidel è arrivato il fratello Raúl. Il potere rivoluzionario diventato potere familiare.

Castro non è un incidente della storia. Il Novecento ha conosciuto una lunga successione di dittature socialiste e comuniste. L’Unione Sovietica di Stalin, le purghe, le deportazioni, il Gulag. La Cina di Mao, il Grande balzo in avanti, la Rivoluzione culturale. La Cambogia del genocida Pol Pot. La Corea del Nord, dove il comunismo è diventato dinastia ereditaria. La Germania orientale della Stasi e del Muro, l’Ungheria del 1956, la Cecoslovacchia invasa dai carri armati sovietici, la Romania di Ceaușescu, Cuba dei Castro.

Paesi diversi, un tratto comune: il partito si identifica con il popolo, lo Stato con il partito. Il pluralismo viene abolito, l’informazione controllata, il dissenso represso, l’economia sottoposta al potere politico. La religione, quando non può essere controllata dallo Stato, diventa un nemico: cristiani e altre comunità religiose conoscono persecuzioni, confische, espulsioni, carcere, clandestinità. Il comunismo non è stato soltanto un’idea, una speranza, un libro. È stato un sistema di governo applicato per decenni a centinaia di milioni di persone. La storia consente di giudicarlo per ciò che ha prodotto.

Poi arrivò il 1989. Il Muro di Berlino non cadde sotto i colpi di un esercito occidentale. Cadde perché chi viveva dall’altra parte voleva uscire. Voleva viaggiare, parlare, leggere, scegliere, votare. Voleva libertà e benessere. Il 1989 avrebbe dovuto chiudere la discussione sul comunismo come sistema politico. L’esperimento era durato settant’anni, aveva attraversato continenti e culture, avuto Stati, eserciti, industrie, università, materie prime. Alla fine furono i suoi cittadini ad abbatterne i muri.

Trentasette anni dopo stiamo dimenticando. Il comunismo torna a essere un’idea separata dalle società che ha costruito quando ha conquistato il potere. Stalin diventa una degenerazione, Mao un caso cinese, Pol Pot una follia cambogiana, Castro il rivoluzionario con la barba. Restano le intenzioni, scompaiono i risultati.

Questa perdita di memoria non nasce nel vuoto. Nelle scuole, nelle università, nei media e nell’industria culturale si è fatta strada una lettura ideologica e revanscista della storia. Il centro del racconto si è spostato dalla conoscenza della civiltà occidentale alla sua messa sotto accusa. Colonialismo, imperialismo, razzismo, patriarcato, capitalismo sono diventati categorie con le quali leggere secoli di storia. L’Occidente è il grande imputato.

Il risultato si vede. Le nuove generazioni imparano le colpe dell’Occidente e perdono la conoscenza di ciò che l’Occidente ha costruito: il diritto, la libertà individuale, la separazione dei poteri, il costituzionalismo, la democrazia rappresentativa, la libertà di parola e di religione, l’emancipazione delle donne, la ricerca scientifica libera, il mercato, il limite posto al potere.

La critica all’Occidente è possibile perché l’Occidente ha costruito lo spazio della critica. Un giovane può dichiararsi comunista, contestare il capitalismo, manifestare contro il governo, attaccare gli Stati Uniti, scrivere «Viva Fidel». Può farlo senza finire in carcere. Nella Cuba di Fidel Castro non avrebbe avuto la stessa libertà.

Questo avrebbe dovuto insegnare il 1989. Nel vuoto lasciato dalla storia ritornano le icone. Il Che sulla maglietta, Mao sul poster, Fidel Comandante. Il comunismo senza il comunismo reale, la rivoluzione senza le prigioni, l’uguaglianza senza la miseria, il socialismo senza il Muro.

«Viva Fidel» è qualcosa di sinistra. Certo che lo è. Il comunismo appartiene alla storia della sinistra e Castro ne è una delle figure mondiali. Il punto è un altro: una parte della sinistra non ha fatto i conti con quella storia. Conserva un rapporto sentimentale con i dittatori che hanno parlato il suo linguaggio, esibito i suoi simboli, promesso l’uguaglianza. Il 1989 avrebbe dovuto spezzarlo.

Resta una contraddizione più profonda. La democrazia vive di pluralismo, elezioni libere, alternanza, opposizione, libertà di parola, limiti al potere. Il comunismo novecentesco, quando ha conquistato lo Stato, ha soppresso questi principi. Non è un dettaglio. È il punto. Se un partito pretende di incarnare il popolo, la classe e la direzione della storia, non può accettare che gli elettori lo mandino a casa e cancellino il suo progetto.

Castro non era un democratico. Era un dittatore comunista. Celebrarlo significa celebrare l’opposto della democrazia.

I Giovani Democratici sono liberi di essere comunisti, castristi, rivoluzionari, anticapitalisti. È la democrazia che garantisce loro persino il diritto di celebrare chi la democrazia l’ha soppressa.

Ma allora cambino nome. L’ignoranza non li giustifica.

 
nicolafangareggi.substack.com




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