C’è un equivoco che da decenni la sinistra italiana coltiva con ostinazione quasi religiosa: l’idea che il proprio apparato simbolico sia, per definizione, progressivo. Che il rito, purché “di sinistra”, redima se stesso.
È un errore teorico prima ancora che politico, e Antonio Gramsci, se solo venisse letto invece che evocato come reliquia, lo smonterebbe in poche righe. Il folklore, scrive Gramsci, è una concezione del mondo subalterna, stratificata, passiva. Conservativa. Reazionaria nel senso più preciso del termine: non perché guarda indietro, ma perché impedisce il movimento. Blocca. Naturalizza. Trasforma la storia in calendario e la politica in liturgia.
Ora, basta osservare la sinistra italiana contemporanea – e in particolare quella emiliana, laboratorio un tempo avanzato e oggi museo a cielo aperto – per cogliere quanto quel giudizio sia diventato una diagnosi. Il 25 aprile, il Primo Maggio, le date della Resistenza, le “Giornate dedicate a…”, importate come dogmi laici dal circuito internazionale delle buone cause: tutto questo non è più conflitto, è ufficiatura. Non produce coscienza, produce appartenenza. Non interroga, conferma.
Il problema non è la memoria. È la sua ritualizzazione. Quando una data smette di porre domande e comincia a fornire risposte preconfezionate, smette di essere politica e diventa catechismo civile. La sinistra, che avrebbe dovuto spezzare il dominio simbolico, lo ha perfezionato. Ha sostituito il rosario con il calendario, la processione con il corteo, l’omelia con il post su Instagram.
Le sagre sono reazionarie. Non per ciò che celebrano, ma per come lo fanno: comunità chiusa, consenso implicito, identità senza conflitto. Il taglio del nastro fotografato e condiviso non è comunicazione politica, è rito apotropaico: serve a certificare che l’ordine esiste, funziona, si riproduce. La narrazione social, nella sua ripetitività autoreferenziale, non è molto diversa dalla liturgia religiosa: gesti codificati, parole obbligate, fedeli che si riconoscono e si rassicurano a vicenda.
In questo senso l’Emilia “rossa” è un caso esemplare. Non perché abbia tradito una tradizione, ma perché l’ha assolutizzata. Si è riconfigurata, ermeneuticamente, come una versione contemporanea del cattolicesimo più sedimentato: parrocchie civiche, santi laici, feste comandate, scomuniche implicite. Un blocco culturale e sociale che non governa più il cambiamento, ma lo amministra simbolicamente.
Gramsci, qui, non è stato abbandonato: non è mai stato davvero conosciuto. Se lo fosse, la sinistra emiliana – e con essa la sua classe dirigente – sarebbe costretta a interrogarsi su una domanda pericolosa: quanto del proprio potere si fonda non sull’egemonia, ma sull’inerzia? Quanto sulla trasformazione, e quanto sulla gestione rituale del consenso? Ma questa domanda non si pone. Perché il sistema nutre quasi tutti. Perché la filosofia politica, quando non è ornamentale, è destabilizzante. Perché smontare il folklore significherebbe rinunciare a un dispositivo di controllo simbolico che funziona fin troppo bene.
Così la sinistra continua a celebrare, invece di pensare. A commemorare, invece di criticare. A ripetere, invece di trasformare. Convinta di essere progressiva perché guarda al passato “giusto”, senza accorgersi che la forma stessa del suo sguardo è diventata reazionaria.






L’articolo di Nicola Fangareggi “Se vi vedesse Gramsci” fotografa perfettamente la situazione della “sinistra emiliana”. Commemorazioni e rituali che si ripetono senza portare nulla di nuovo e positivo sulla scena politica e sociale. Queste righe andrebbero lette e meditate da tutti. Grazie!