Gli avvocati Giovanni Tarquini, Carmine Migale e Matteo Marchesini, insieme a Lista Civica per Reggio e all’associazione Reggio Civica, intervengono sul tema dell’utilizzo del velo islamico da parte delle donne musulmane, spiegando i motivi per cui – a loro giudizio – debba essere vietato e sanzionato.
“Burqa, niqab, hijab, sono i diversi tipi di veli indossati dalle donne musulmane; il burqa oltre al viso e al capo copre anche gli occhi. La sua funzione è nascondere la persona, sottrarla alla vista altrui. È una questione di indubbia rilevanza sociale che va affrontata e ripresa con estrema lucidità, equilibrio e rigore. Ci sono in gioco i diritti fondamentali della persona umana nel rapporto con il principio di laicità del nostro Stato; principio paradossalmente invocato proprio da coloro che ritengono che possa dirsi pienamente libero e lecito indossare il velo e, in tal modo, coprirsi completamente il volto nei luoghi pubblici.”
Gli avvocati sottolineano come “i motivi che ci inducono a ritenere che debba, invece, essere vietato l’utilizzo del velo, risiedono in diversi ordini di considerazioni. Prima di tutto, trattandosi di una pratica religiosa che appartiene a paesi guidati da governi islamici, in diversi casi vere e proprie dittature religiose, si mostra in netto e insanabile contrasto con i valori di democrazia e laicità su cui si fonda il nostro Stato e che devono essere rispettati da chiunque, senza margini di tolleranza. Non si deve infatti confondere il riconoscimento del diritto di professare la propria religione con la possibilità di importare usi e costumi religiosi che propongono un modello sociale di impronta chiaramente illiberale che, per di più, non è rispettoso delle nostre norme in materia di pubblica sicurezza.”
“E qui entra in gioco il secondo ordine di considerazioni, vale a dire il fatto che per il Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (la legge 152/1975 all’art. 5, poi integrata con la legge 155 del 2005) deve essere punito l’utilizzo di qualsiasi mezzo che impedisca il riconoscimento in luogo pubblico, a meno che non vi siano dei motivi validi. E non può certo annoverarsi tra questi (come avvenuto invece per le mascherine durante il periodo della pandemia) l’adesione ad una religione che prevede l’utilizzo del velo e che deve poter essere professata senza alcuna discriminazione, così come previsto dalla Costituzione. Si tratterebbe invero di una distorsione del concetto di libertà di religione che non può estendersi oltre il limite del rispetto delle norme poste a tutela dell’ordine pubblico.”
Gli avvocati aggiungono: “E qui si impone un’altra considerazione, che riteniamo ancora più pregnante in attesa di una legge definitiva (attualmente è in corso l’iter parlamentare di un ddl presentato dalla Lega): la copertura del volto è simbolo di una cultura che vede la donna sottomessa all’uomo, costretta a comportamenti di nascondimento per “modestia e pudore” (poiché questo è il significato del velo) che se possono anche essere ritenuti virtuosi da alcuni, rivelano tuttavia uno schema sociale totalmente antitetico al nostro sistema liberale. Importare senza alcuna resistenza queste abitudini rappresenta un’offesa alle libertà conquistate nei decenni dal mondo occidentale.”
“Riteniamo, allora, che ogni singola autorità locale di pubblica sicurezza, facendo buon uso dei propri poteri d’ordinanza, dovrebbe a sua volta farsi carico del problema e intervenire con provvedimenti che vietino sul territorio l’utilizzo in luogo pubblico del burqa, del ninqab e di ogni altro tipo di velo che impedisca il riconoscimento del volto, prevedendo altresì le giuste sanzioni in caso di violazione.”
Infine, l’attacco politico: “E qui entra in gioco il grande paradosso. Sono infatti proprio coloro che si fanno promotori di ogni e più ampia forma di libertà ed eguaglianza a non reagire di fronte al problema. La sinistra e il suo campo largo sono quelli che negano addirittura l’importanza e il valore storico della cristianità su cui si fonda l’intero continente europeo, come hanno dimostrato in più occasioni. Sono loro stessi, orgogliosi rivendicatori dell’affermazione dei diritti della donna, che di fatto ammettono e incentivano comportamenti che sono espressione del dominio dell’uomo sulla donna e della sua sottomissione. Il che è una assurdità. Sono loro, sempre più attenti a non perdere consenso elettorale piuttosto che di perderlo con iniziative concrete e lungimiranti per il bene dei cittadini, che non intendono farsi carico della “questione burqa”. E questo perché qui siamo nella città dei diritti (come sbandierava il precedente sindaco e a cui, nei fatti, si è accodato quello attuale). Presto si vedranno gli effetti di queste scelte omissive sbagliatissime e sarà probabilmente troppo tardi per pentirsene. Nel frattempo, se la Chiesa, le Diocesi e le parrocchie dicessero qualcosa male non farebbe…”






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