Il tesoro della super-longevità

Immagine

Ricordo mio nonno paterno come si ricorda una vecchia quercia: radicato nella terra e capace di resistere alle intemperie del tempo. In famiglia, la sua longevità era quasi una leggenda. Arrivare a 87 anni, negli anni Settanta del Novecento, significava aver superato tempeste di ogni genere: due guerre, carestie, fatiche quotidiane che oggi sembrano appartenere a un’epoca remota. Allora, un simile traguardo pareva eccezionale. Oggi, invece, le statistiche raccontano di uomini e donne che non solo superano i novant’anni, ma lo fanno in buona salute fisica e con una sorprendente lucidità mentale. La medicina preventiva, l’alimentazione consapevole, l’attenzione al benessere psicologico hanno allungato l’arco della vita umana come mai era accaduto nella storia. Ma questo cambiamento non è solo un dato anagrafico: è un fatto culturale e sociale di portata enorme.

Viviamo in una società in cui le cosiddette quarta e quinta età non sono più una fase di attesa silenziosa verso il tramonto, bensì stagioni di azione consapevole, di restituzione. Gli ultra ottantenni e novantenni di oggi portano con sé un bagaglio di esperienza, di storie, di errori e successi che possono diventare strumenti preziosi per le generazioni più giovani. Sono lieto di avere amici ottuagenari che sento praticamente coetanei. Essi sono custodi di una memoria collettiva che rischiamo di disperdere, se non riconosciamo loro un ruolo attivo nella comunità.

La longevità, da sola, non basta. Se gli anni in più diventano soltanto un prolungamento biologico, rischiamo di trasformare un’opportunità in un peso. Ma se li viviamo come una stagione in cui la saggezza si mette a disposizione, allora la super-longevità può essere una delle più alte espressioni della civiltà umana. Insegnare, consigliare, trasmettere: ecco il compito che rende il tempo guadagnato un capitale da investire e perfino da consumare.

C’è una responsabilità reciproca: della società, che deve creare spazi e occasioni per valorizzare i suoi anziani; e degli anziani stessi, che devono rimanere curiosi, aperti, generosi nel condividere ciò che sanno. È un patto tra generazioni, in cui il futuro non si costruisce cancellando il passato, ma innestandolo come radice invisibile di ciò che verrà.

Mio nonno non avrebbe mai parlato di “valore sociale della quarta e quinta età”. Ma lo incarnava, raccontando di quando il mondo era diverso, eppure identico nei bisogni profondi. Forse la vera sfida dei nostri tempi è questa: non solo vivere più a lungo, ma vivere a lungo insieme. Perché la civiltà si misura anche dalla capacità di dare dignità a ogni fase della vita.

E così, nella trama invisibile del tempo, ogni vita si fa racconto. Gli anni aggiunti non sono soltanto giorni in più, ma pagine bianche da scrivere con inchiostro più lento e profondo. Quarta e quinta età, quando custodite e rispettate, possono diventare un faro che illumina strade che i giovani ancora non conoscono e che solo l’esperienza sa indicare.

Non c’è civiltà senza memoria, e non c’è memoria senza chi la abita e la trasmette. Per questo la longevità non è una vittoria individuale, ma un bene collettivo: un tempo regalato alla comunità perché possa guardarsi allo specchio e riconoscersi intera, con le sue radici e i suoi rami.

Forse la vera ricchezza non è nell’accumulare cose, ma nel moltiplicare sguardi: quelli che hanno visto il mondo cambiare, e quelli che lo vedranno ancora cambiare. Uniti da un filo che il tempo non spezza, ma rinforza.