Scrive il botanico reggiano e professore Ugo Pellini: “Un insolito spettacolo particolarmente indicato e significativo per il 31 dicembre è quello che offre la vistosa palla di vischio che da qualche anno compare su un tiglio, nel parcheggio di via Cecati, dietro al Cimitero Monumentale.
Nel Reggiano la presenza di questo vischio non è segnalata e probabilmente questo esemplare è sfuggito da un negozio di fiorista presente un tempo nelle vicinanze. Questa pianta, simbolo all’anno nuovo e legato alla fertilità e alla rigenerazione, era invece frequente e molto importante oltre duemila anni fa per chi abitava nel nostro territorio e cioè i celti.
Plinio il Vecchio scriveva: “I druidi non considerano niente di più sacro del vischio e dell’albero in cui cresce purché si tratti di un rovere”. Ricordiamo che questa specie di quercia era una componente fondamentale dell’antica nostra foresta planiziale. Le sue foglie verde dorato e i suoi frutti traslucidi sull’albero che sembrava morto, erano il segno della volontà divina di animarlo. Il sacerdote dei celti lo tagliava con un falcetto d’oro e lo raccoglieva in un panno bianco perché non perdesse i suoi poteri.

Era ritenuto in grado di generare fecondità e un toccasana contro tutti i mali. La nostra tradizione vuole che chi si baciava sotto di esso, che era appeso al trave portante, avrebbe avuto gioia, salute e fortuna; una ragazza che non riceveva questo bacio non si sarebbe sposata entro l’anno. Che sia l’attuale rarità del vischio nei boschi e la mancanza dei travi la causa della diminuzione dei matrimoni? Per rimediare si può comunque sempre avere in confezione regalo”.






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