Quando Ariosto scacciò ladri e assassini

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Verso la metà del febbraio 1522, Ludovico Ariosto – che nella nostra città era nato nel 1474 e a Reggio aveva trascorso l’infanzia – partiva da Ferrara per la Garfagnana, da poco tempo ritornata agli Estensi, i cui abitanti avevano chiesto al duca l’invio di un energico funzionario capace di rimettere ordine nella loro terra messa a dura prova dalla guerra, dai briganti e dalla rivalità tra i notabili del luogo.

Fu scelto Ariosto, il quale, incalzato dai tempi stretti e dalla personale situazione economica, accettò, ma affrontando già il viaggio stesso di trasferimento come chi va in esilio in luoghi stranieri e impervi, non appartenenti al suo mondo e dei quali si conoscevano storie di sangue e di imboscate.

Giunse a Castelnuovo di Garfagnana il 20 febbraio e si insediò nella fortezza che è l’attuale Rocca ariostea, dalla quale era in grado di dominare gran parte del territorio, vasto, poco abituato a riconoscere legge e autorità e che lo avrebbe chiamato a difficili prove: i problemi di frontiera con Lucca e Firenze, le incursioni e i delitti dei briganti, le liti tra contadini, l’aspirazione all’autonomia delle famiglie importanti. Tutto questo da affrontare con una scorta di soli dodici balestrieri e quasi inascoltato a Ferrara, avendo però dalla sua la possibilità di giocare sull’astuzia e la diplomazia, ma sempre perseguendo la verità e la giustizia e rifiutando la corruzione.

I nemici più veri di Ariosto restavano però i ladri e gli assassini, in particolare i componenti delle bande, tra loro nemiche, di Domenico d’Amorotto, signore di Carpineti che estendeva la sua prepotenza sul Reggiano, e di Virgilio di Castagneto che aveva sotto il suo controllo l’alto Modenese. Ambedue potenti e forti di munitissime rocche, si ritenevano i padroni del territorio. Gli agguati tesi dal poeta o altre strategie intraprese come l’imposizione di taglie e la creazione di milizie civiche, alternative a quelle armi che da Ferrara non giungevano, sortirono risultati incerti o vani. Neppure la morte dei due capi, avvenuta nell’estate del 1523, riuscì a cambiare la situazione, lasciando ad Ariosto un immutato senso di stanchezza e sconfitta.

Nel febbraio 1523 Ariosto interrompeva un lungo silenzio poetico e scriveva nella Satira quarta al cugino Sigismondo Malaguzzi: “…insomma ti confesso/che qui perduto ho il canto, il gioco, il riso”e con nostalgia e rimpianto ricordava le soste nella campagna vicina a Reggio, ospite proprio dei Malaguzzi nella loro grande villa del Mauriziano, dove aveva ritrovato un ambiente idoneo alla poesia (“Già mi fur dolci inviti a empir le carte/li luoghi ameni”), scrivendo “in più di una lingua e in più d’un stile”, dove i suoi anni erano stati “fra aprile/e maggio belli”. E al prediletto paesaggio reggiano, sereno e armonico, contrapponeva quello cupo della Garfagnana:“Questa è una fossa ove abito, profonda … O stiami in Rocca o voglio a l’aria uscire/accuse e liti sempre e gridi ascolto/furti, omicidi, odî, vendette et ire …”.

Ma, dalla metà del 1523, i bollettini di Ariosto al Duca estense svelano un comportamento che, come invece era stato inizialmente, non si basava più sul binomio forza-astuzia, ma sulla giustizia e la pietà, tra le quali si ricercava nelle varie occasioni una sorta di compromesso. Così, sia pure in maniera precaria e instabile, Ariosto riusciva in qualche modo a governare il territorio e, secondo alcune testimonianze, meglio di quanto aveva fatto chi lo aveva preceduto. Si era avvicinato ai deboli, ai poveri, ai contadini gravati da tasse e gabelle, insomma a tutti coloro che erano ignorati a Ferrara, diventandone, in modo insolito per quei tempi, il difensore.


Nell’estate del 1524, dopo che finalmente Alfonso d’Este aveva accontentato il suo governatore inviando in Garfagnana venticinque fanti e ordinando il restauro e il presidio delle rocche del territorio, un’operazione di polizia, voluta da Ariosto e condivisa dal Duca, dava una sferzata decisiva al locale brigantaggio i cui esponenti furono arrestati o si dispersero riparando lontano. Per il momento Ludovico riusciva così vincitore. Verso la fine di giugno del 1525, quando già la battaglia di Pavia con la sconfitta di Francesco I aveva capovolto la geopolitica europea costringendo anche la corte estense a riposizionarsi diplomaticamente, Ariosto riusciva a lasciare la Garfagnana, colmando così quella nostalgia per Ferrara e per la donna amata che negli anni del governatorato non l’aveva mai abbandonato.

(Aurelia Fresta, socia della Deputazione Reggiana di Storia Patria e del Lions Club Albinea “Ludovico Ariosto”)

Foto 1_ Riccardo Secchi, Statua in marmo raffigurante Ludovico Ariosto, 1916

Foto 2_ Ritratto di Ludovico Ariosto

Foto 3_ La Rocca Ariostea in Castelnuovo di Garfagnana



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