Tutti soccorrono il vincitore

Mario Draghi Quirinale finestra

“O Conte o elezioni”: quante volte abbiamo ascoltato questo diktat dai maggiorenti Cinquestelle-Pd in risposta alle scorribande di Matteo Renzi? Molte, negli ultimi due mesi, sino alla settimana scorsa, allorquando l’avvocato del popolo ha preferito dimettersi in anticipo piuttosto che giocarsi alla roulette dell’aula promozione o bocciatura del governo sul divisivo tema della giustizia.

La maggioranza cosiddetta giallorossa ha insistito sulla proda della fermezza ancora durante le consultazioni affidate al presidente della Camera, Roberto Fico. Poi, nei cinque minuti di intervallo tra la resa di questi alla convocazione di Mario Draghi, è avvenuto il miracolo. Sbocciava una realtà parallela dal profumo inebriante nella quale le elezioni non c’erano più, non c’erano Conte e Casalino, Travaglio e Renzi, i buoni e i cattivi, il Bene e il Male.

C’era lui, invece, a occupare l’orizzonte con il suo cipiglio british, le rughe scolpite, lo stile di un italiano vero, ma di quelli che stanno in alto. Giornali e tv ripetevano “whatever it takes” come formula magica rispolverata da antiche alchimie. Dalle immagini del novello Migliore circolava un’aura di santità. I cronisti cercavano ricordi dell’adolescenza senza distinguere troppo tra il vero e il verosimile.

E i politici? Cielo, i politici. Grillini e pidini e travagliati hanno insultato Renzi sino allo sputacchio pubblico, ne sono stati sconfitti con clamore, e nel volgere di qualche mezz’ora hanno voltato gabbana con il residuo orgoglio degli umiliati per inchinarsi dinanzi alla nuova diarchia Mattarella-Draghi. D’altronde nessuno in politica teme di doversi smentire. Comunque vada panta rei, e singin’ in the rain.

I primi sondaggi decretavano i fasti del nuovo amore. Settantuno concittadini su cento si dicevano lieti dell’avvento dell’era Draghi, più ancora del già stimato Conte, come se l’anelito ad affidarsi all’ex governatore si fosse avverato nell’ora segnata dal destino dopo secoli di fiduciosa attesa. Su Instagram si vendevano a 30 euro magliette recanti stampata la formula magica, manco fosse quella di Cristiano Ronaldo. Esclusa la Meloni, per calcolo elettorale e scommessa sul futuro, a montare sul carro di Draghi sono ora tutti ma proprio tutti, dai sinistrati del Pd alla Lega di Salvini, da Grillo che vuole salvare la cadrega ai suoi ragazzi al pallido ministro Speranza, che dopo un anno di lotta al Covid vorrebbe godersi un po’ le carezze del potere, e c’è da capirlo.

Chi concepisce la politica come professione, o per dirla meglio come arte del possibile, sa riconoscere da quale parte provenga il vento. Prevedere che Draghi piacerà agli italiani è esercizio sin troppo facile. E allora tutti in marcia, il Migliore è arrivato, soccorriamolo nella vittoria.

Draghi piacerà agli italiani perché non sembra uno di loro. Sembra migliore. Curriculum imbattibile. Elegantissimo ma riservato – non usa manco i social network. Aristocratico senza darsi arie. Capace di primeggiare, non solo di partecipare, ai tavoli che contano. Stimato nel mondo, l’Europa è il suo giardino di casa. Dopo la Merkel c’è lui.

Covid, vaccini, Recovery. Con i primi segni di primavera tornano ad affiorare le speranze. Riaprono i ristoranti, le giornate si allungano, torna il festival di Sanremo – e Mario Draghi veglia su di noi. Per salvare l’Italia ci vuole un miracolo. A quanto sembra è già arrivato.




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