Reggio Emilia, 7 gennaio: il giorno in cui la città dovrebbe indossare il frac della storia e invece si presenta in ciabatte, con lo sguardo basso e l’aria infastidita di chi non ha voglia di esserci.
È accaduto di nuovo. Per il secondo anno consecutivo la Reggio in versione Massari rinuncia a sé stessa, al proprio ruolo, alla propria centralità simbolica. Si autosospende. Si cancella. Si fa da parte proprio nell’unica giornata dell’anno in cui avrebbe il dovere – prima ancora che il diritto – di stare al centro della scena nazionale. Il 7 gennaio non è una data qualunque: non è una ricorrenza locale, non è una festa di quartiere, non è una sagra con l’erbazzone e il palco improvvisato. È la nascita del Tricolore. È un pezzo fondativo della Repubblica. È uno dei pochi momenti in cui Reggio Emilia smette di essere provincia e diventa, per statuto storico, capitale civile.
O meglio: potrebbe. Dovrebbe. Ma non vuole. Il rifiuto è ormai ideologico, quasi identitario. L’incapacità – o la non volontà – di “indossare un abito tradizionale”, cioè di riconoscere che la storia precede e supera le contingenze politiche, rivela un provincialismo mentale che nessuna retorica progressista riesce più a mascherare. L’ostilità verso il governo di destra diventa pretesto per escludere il governo tout court. Si confonde il Tricolore con una bandiera di partito, lo Stato con l’avversario, la Repubblica con l’attualità. È un errore grave, e soprattutto miope.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre i vertici istituzionali celebrano la bandiera nazionale, Reggio Emilia evapora. Non citata, non evocata, non necessaria. Persino il Presidente della Repubblica parla del Tricolore senza che Reggio venga nemmeno nominata. Un’assenza che pesa come una condanna, perché non è una dimenticanza: è una rinuncia consumata in casa.
Così la Festa diventa una sagra paesana, il massimo ribasso della storia. Zero istituzioni di rilievo, micro-eventi di irrilevanza assoluta, una programmazione che sembra pensata più per non disturbare che per affermare. Autolesionismo allo stato puro. Una città che si sottrae, che si rimpicciolisce da sola, che si rifugia nella comfort zone dell’irrilevanza pur di non confrontarsi con il proprio ruolo. Il ceto politico-amministrativo locale appare rinchiuso nella propria inettitudine, incapace di visione, di ambizione, perfino di orgoglio civico. Una città senza anima, senza coraggio, senza la forza di dire: questa è la nostra storia, appartiene a tutti, anche a chi oggi governa e a chi governerà domani.
E come se non bastasse il declino simbolico, arriva la farsa finale: per “pubblicizzare” il 7 gennaio in città – già di per sé un’operazione risibile, come se i reggiani non sapessero dove vivono – si sbagliano persino i colori della bandiera. Un errore che diventa metafora perfetta: non solo non si vuole rappresentare la storia, non la si conosce nemmeno più. Mai così in basso. Mai così piccoli. Reggio Emilia, città del Tricolore, oggi sembra non reggere nemmeno il peso dei suoi tre colori.







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