Torneremo a leggere Orwell

Zuckerberg_Dorsey

Dall’indegno attacco al Parlamento di Washington, la cui cicatrice durerà a lungo, emerge una domanda laterale ma non troppo. A quale titolo Mark Zuckerberg e Jack Dorsey, fondatori e capi di Facebook e Twitter, decidono di eliminare la voce di Donald Trump, presidente in carica degli Stati Uniti d’America, censurandone gli account?

Massimo Cacciari ha detto stamani che si tratta di “un evento pazzesco, che segna un passaggio ulteriore nel crollo delle democrazie”. Il docente veneziano aggiunge che decisioni del genere spettano eventualmente a un’autorità politica, non certo a singoli imprenditori. E se domani, la censura a Trump, venisse applicata a qualcun altro? Potrebbe accadere a chiunque, tramite la mera volontà di un singolo multimiliardario dei social media. Ciò è assai distante dai principi della democrazia rappresentativa e della politica nel suo insieme.

A quale titolo, si diceva, i big dei social media possono intervenire nel dare o togliere la parola a un loro iscritto? Non esistono leggi in materia. Nel corso degli anni l’accelerazione delle piattaforme sociali ha così profondamente scosso le abitudini dei terrestri da impedire ogni reale discussione nel merito. Abbiamo ignorato quali fossero le possibili implicazioni di tali veicoli, al punto che nemmeno i vertici politici internazionali hanno avvertito la necessità di prestarvi attenzione. I cinesi si accontentano di censurare o promuovere ciò che è in linea con gli obiettivi della Repubblica popolare. Ai russi è sufficiente che in patria siano utilizzati soprattutto i social patriottici. In Europa non si sa che fare perché i problemi sono troppi e comunque non si saprebbe da che parte cominciare. Negli States, patria delle libertà, nessuno viene di norma censurato qualora esprima opinioni politiche. Nessuno, tranne il presidente.

Cacciari ha posto un problema fondamentale. Sarebbe miope non comprendere i prezzi elevatissimi che le nostre istituzioni democratiche stanno pagando alle ondate populiste e alla creazione di una oligarchia tecnologica-finanziaria che detta le regole. Zuckerberg controlla personalmente Whatsapp e Facebook. È entrato nelle nostre vite bene accetto perché ci ha proposto una base di comunicazione globale mai vista prima al mondo. Oggi tuttavia scopriamo che molti aspetti della nostra esistenza, compresa la sfera più intima dei nostri dati personali, dipende da lui e dai suoi server: i nostri microdati come quelli macro dei grandi flussi del consenso.

In questi giorni proprio Whatsapp sta modificando le regole sull’accesso ai dati personali. Qualora non si accettino, saremo esclusi dal servizio. Basta un messaggio e siamo posti di fronte a un bivio: prendere o lasciare. La maggioranza dirà sì, perché il servizio di Whatsapp è parte integrante della nostra vita quotidiana e, come una droga pesante, provoca una forte dipendenza.

Cosa siamo disposti a rinunciare in cambio di una fetta della nostra intimità? Attualmente a tutto o quasi. Alla libera circolazione dei nostri dati personali senza dubbio. Ma tutto sommato anche a subire le manipolazioni dei Big Data.

Viviamo in una bolla di democrazia illusoria. La censura a Trump viene spacciata come scelta di resistenza patriottica dei capi della rete. La maggioranza ci crede, anche da noi. Domani, dopo Trump, qualcun altro verrà considerato estraneo al mainstream e dunque meritevole di censura. I matti verranno ancora rinchiusi nella loro cella virtuale, come nei manicomi di una volta. Torneremo a leggere Orwell, forse con qualche rimpianto.