Se mi voti ti mantengo. La politica dei sussidi

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In Toscana l’accordo fra Pd e M5S porta con sé un ritorno che si credeva archiviato: il reddito di cittadinanza, stavolta in versione regionale. Ufficialmente servirebbe a colmare i vuoti lasciati dall’Assegno di Inclusione, rivolgendosi a chi non rientra nei criteri nazionali. In realtà, più che un sostegno mirato, appare come l’ennesimo sussidio assistenzialista, simbolico e ideologico, utile soprattutto a cementare un’alleanza fragile.
Il messaggio implicito è disarmante: la Regione ti mantiene, anche se non lavori, anche se non cerchi un’occupazione. Così la nullafacenza, da vizio privato, diventa diritto pubblico. Una mossa che rischia di alimentare la dipendenza invece che stimolare l’autonomia, premiando l’inattività e trasformando il sussidio in merce elettorale.

Resta l’incognita delle risorse: chi pagherà? Le ipotesi restano vaghe, ma la risposta è sempre la stessa: il ceto produttivo, che si troverà a finanziare con tasse e tagli a servizi essenziali un provvedimento dal dubbio impatto sociale. L’esperienza nazionale avrebbe dovuto insegnare: il Reddito di Cittadinanza ha fallito nel reinserire i beneficiari nel lavoro ed è costato miliardi, salvo poi essere smantellato.
Eppure, invece di guardare avanti, la politica toscana sceglie di resuscitare un modello già bocciato, usandolo come collante ideologico più che come strumento di crescita. Così, al posto di premiare il merito e il lavoro, si preferisce coccolare l’assistenzialismo. In un momento di fragilità economica, non è un progetto di sviluppo: è un invito all’immobilismo, un investimento sulla dipendenza.