Vorrei sbagliarmi, ma già so che non accadrà. Marco Massari e la sua giunta non hanno molti colpi in canna: le casse pubbliche sono quelle che sono, le urgenze si accalcano, e le occasioni per lasciare un segno – uno solo, ma riconoscibile – si contano sulle dita di una mano. Ecco, questa non è una di quelle. Qui si sbaglia ancora, con una certa ostinazione, quasi metodica.
Parlo, ovviamente, dell’ambizioso piano di collegamento ciclopedonale tra Santa Croce interna ed esterna, una di quelle operazioni che nei rendering – come sempre – funzionano alla perfezione: luce giusta, persone sorridenti, biciclette ordinate, nessuno che urla, nessuno che spaccia, nessuno che bivacca. Nei rendering è sempre tutto molto bello, perché la realtà, per definizione, non è ammessa.
Poi si torna a Reggio Emilia, e lì le proporzioni cambiano. Il servizio è già scritto: una porta d’accesso elegante per chi si muove in monopattino o in bicicletta – una minoranza esile, intermittente, stagionale – mentre tutto il resto continua a scorrere sopra, intorno, o a rimanere bloccato dove è sempre stato. Dodici milioni di euro, almeno, per dare risposta a un’esigenza che semplicemente non esiste, mentre quelle vere – quelle che da quarant’anni si trascinano senza soluzione – restano intatte, come arredi urbani permanenti: i sottopassi della via Emilia che si saturano nelle ore di punta, le code che si allungano come una liturgia quotidiana, l’immobilità che diventa paesaggio, l’eterna carenza di parcheggi.
È qui che si misura lo scarto. Non tra progetto e ideologia – quello è scontato – ma tra città immaginata e città reale. Perché Santa Croce non è una tavola bianca: è un luogo dove le tensioni esistono, dove la convivenza è una pratica difficile, dove alcune economie parallele funzionano con una puntualità che il trasporto pubblico può solo invidiare. Inserire in questo contesto un sottopasso – spazio chiuso, raccolto, protetto sulla carta – significa, con ogni probabilità, consegnare al quartiere un nuovo interno urbano da riempire. E Santa Croce, quando c’è da riempire uno spazio, raramente delude.
Lo si può già immaginare, senza grande sforzo creativo: Santa Croce underground, versione aggiornata e climatizzata della superficie. Un luogo di passaggio che diventa luogo di sosta, poi di stazionamento, poi di appropriazione. Uno spazio buono per il cazzeggio, per lo spaccio, per lo sballo leggero e quello meno leggero, rifugio intermittente per senza tetto e fattoni, teatro spontaneo per baruffe tra baby gang, scenografia perfetta – questo sì – per rapper di quartiere e maranzini in cerca di eco.
Se davvero apriranno un baretto, potrebbe anche funzionare: magari un kebab, o qualcosa di più creativo, tanto per dare coerenza al progetto. D’altronde, è questa la città multietnica, ci diranno. E sarà frequentatissima, non c’è dubbio. Bisogna solo intendersi su da chi, e per farne cosa. Nel frattempo, sopra, la città continuerà a fare quello che ha sempre fatto: stare in coda.






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