Fino al 30 aprile a Reggio in mostra “Mimesi”, trittico di opere di Giuliano Ravazzini

La Croce di Greccio di Giuliano Ravazzini – GR

Fino al 30 aprile a Reggio Emilia è possibile ammirare “Mimesi”, un trittico di opere di Giuliano Ravazzini in legno e argilla collocate nei Musei diocesani e nella cripta della cattedrale, tre sculture contemporanee raffiguranti il simbolo della croce.

Le croci esposte in questi spazi sospesi tra la devozione e il silenzio si mimetizzano integrandosi tra gli antichi oggetti sacri. La mimesi è appunto l’obiettivo dell’artista, che in un’epoca dominata dal culto della visibilità, dove l’esistenza si misura in like e l’identità si costruisce attraverso l’esposizione, sceglie il mimetismo, che si configura non come una ritirata, ma come un autentico atto di resistenza filosofica.

La poetica della discrezione, delineata in queste opere, rappresenta un ribaltamento radicale dei paradigmi estetici ed etici che governano il nostro rapporto con il mondo. Il legno, segnato da venature e dorature consunte, porta in sé la memoria di ciò che non è mai stato. È materia che finge l’antico, ma proprio in questa finzione ritrova una verità più profonda, quella della continuità del sacro, che non conosce epoche.

Nel contesto dei Musei diocesani di Reggio, le sculture di Ravazzini si comportano come presenze mimetiche: non interrompono la narrazione del luogo, ma la prolungano. Il loro dialogo con le croci medievali e rinascimentali non è fatto di contrasti, ma di consonanze: esse chiedono di essere accolte, non riconosciute; di appartenere, piuttosto che di emergere.

Così l’artista si misura con il rischio dell’invisibilità, un rischio che è anche un atto di fede nell’opera stessa. E forse è proprio in questo continuo rinnovarsi della sua immagine che il simbolo del sacro trova la sua verità più autentica: non nell’età delle cose, ma nella capacità di continuare a parlare. Ogni croce di Ravazzini è un atto di ascolto della materia, della luce, della memoria. È una mimesi spirituale, una presenza che, pur silenziosa, ridefinisce il nostro modo di vedere il tempo.

(g.r.)



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