Di fronte alle recenti vicende che hanno coinvolto Reggio Children, le nostre istituzioni cittadine avrebbero forse tratto beneficio da un momento di pausa e di approfondita riflessione. La risposta iniziale, per contro, è apparsa per certi versi affrettata e carente di una visione d’insieme lineare.
Il sindaco Marco Massari ha inteso richiamare la memoria della medaglia d’oro alla Resistenza conferita alla città di Reggio Emilia, trovandosi successivamente nella necessità di chiarire la presenza di un documento formale indirizzato alle docenti in merito alle posizioni nei confronti del governo di Israele — circostanza in un primo momento non confermata.
Dal canto suo, Marwa Mahmoud, assessora alle politiche educative, ha reagito con ferma decisione, invocando la Carta dei diritti dei bambini — testo di indiscutibile valore, ancorché non direttamente attinente all’oggetto del contendere — e prefigurando eventuali azioni a tutela nelle sedi opportune. L’intera giunta, unitamente a numerose docenti di Reggio Children, agli organi di informazione e a un’ampia componente della cittadinanza, ha attraversato giorni di sensibile disorientamento, faticando a comprendere appieno la reale portata e le dinamiche degli accadimenti. In questa fase, un’analisi particolarmente lucida è giunta dal segretario provinciale del Partito democratico, Massimo Gazza, il cui appello alla responsabilità non ha tuttavia trovato un immediato seguito.
L’assunzione di responsabilità espressa successivamente dal sindaco Massari, pur giunta con un certo ritardo, potrà forse contribuire a scongiurarne le ripercussioni sul piano dell’equilibrio istituzionale della giunta. Ciononostante, non ha ancora del tutto attenuato la gravità dell’impatto culturale e reputazionale generato, della cui reale entità una parte della comunità non sembra aver pienamente preso consapevolezza.
Nel 1991, la rivista statunitense Newsweek indicò la scuola comunale dell’infanzia Diana, in rappresentanza dell’intero sistema prescolastico reggiano, quale esperienza educativa di assoluta avanguardia a livello globale. Riconosciuto dai media nazionali e internazionali come “l’asilo più bello del mondo”, il Diana ha inaugurato una stagione di costante e straordinario interesse internazionale verso la nostra pedagogia.
Oggi, tuttavia, nel mese di ottobre 2026, si registrano in Italia e all’estero — a partire dagli Stati Uniti — perplessità ed esitazioni circa la continuità delle collaborazioni con Reggio Children e con il Comune. Un patrimonio edificato in decenni di operoso impegno, grazie al contributo fondamentale di tante professionalità (docenti, pedagogiste, cuoche e personale ausiliario), rischia ora un ridimensionamento e un’involontaria opacizzazione della propria immagine di eccellenza, laddove tali rappresentazioni critiche non rendono giustizia al reale valore del nostro sistema educativo.
A questo proposito, la storia offre insegnamenti illuminanti. Negli anni Settanta del secolo scorso, le scuole dell’infanzia comunali furono oggetto di un’intensa e aspra campagna mediatica. Vennero mosse accuse severe volte a mettere in discussione non soltanto la laicità di tali istituzioni, ma persino il loro valore morale, giungendo a sostenere con toni scandalistici che ai bambini venisse imposto un orientamento anticristiano. Tali narrazioni distorte trovarono spazio per un’intera settimana all’interno di una trasmissione radiofonica a diffusione nazionale su Rai Radio 1, condotta da Gustavo Selva. La vicenda suscitò una vasta eco nell’opinione pubblica. In quei giorni complessi, Loris Malaguzzi, i dirigenti delle scuole dell’infanzia, il Comune di Reggio e lo stesso sindaco Renzo Bonazzi vennero inondati di richieste di chiarimento. In quale modo l’amministrazione dell’epoca affrontò la crisi? Non attraverso una chiusura difensiva o una mera dichiarazione formale, bensì promuovendo un coraggioso e aperto confronto, proprio con gli interlocutori più distanti.
Nelle settimane e nei mesi successivi, il Comune e le scuole dell’infanzia condussero in ogni plesso e spazio pubblico della città un dibattito aperto e trasparente sui temi dell’infanzia e dell’educazione religiosa. Vi presero parte insegnanti delle scuole dell’infanzia e primarie, docenti delle scuole secondarie e parrocchiali, genitori, parroci, catechisti, dirigenti scolastici, pedagogisti cattolici, docenti universitari, amministratori e rappresentanti di ogni schieramento politico. Nella primavera del 1977, questo percorso culminò in un importante convegno pubblico al teatro Ariosto intitolato “L’educazione religiosa e l’educazione dei bambini”. L’esito di quell’esperienza fu straordinario: ciò che era nato come motivo di accusa e potenziale crisi si trasformò, grazie al dialogo aperto, in una preziosa occasione di maturazione per l’intera comunità e per il sistema degli asili comunali.
È evidente come il contesto odierno sia profondamente mutato nelle dinamiche politiche, istituzionali e nell’ampiezza dello scenario globale. Le questioni attualmente al centro del dibattito differiscono da quelle degli anni Settanta e l’eco della vicenda travalica i confini nazionali, rischiando col tempo di estendersi ad altre realtà cittadine che adottano il Reggio Approach. Tuttavia, la lezione di un dialogo aperto, trasparente e privo di preclusioni rimane un metodo prezioso e attuale. Esso rappresenta la via maestra per arrestare il potenziale diffondersi della sfiducia verso Reggio Children e per convertire, se ben gestita, una situazione critica in un’opportunità di crescita per la città e per le sue istituzioni educative.
In quale modo dare concretezza a questo percorso?
Si ritiene che oggi, a seguito degli interventi del sindaco, del segretario provinciale del Pd e dell’assessora alla scuola, spetti a Reggio Children un ruolo propulsivo e diretto. Non occorrono proclami solenni o dichiarazioni di principio d’impronta puramente formale tipo manifesti che ricalcano quelli di Onu o Unicef, né è sufficiente richiamare valori ormai universalmente condivisi nel mondo dell’infanzia. Reggio Children, in qualità di fondazione educativa di rilevanza globale, è chiamata a valorizzare la propria competenza distintiva: promuovere il pensiero pedagogico e riporre al centro dell’attenzione il benessere e il futuro dei bambini.
A tal fine, appare opportuno e proattivo convocare a Reggio la propria rete internazionale, coinvolgendola insieme alla comunità locale in una riflessione pubblica e trasparente su quanto accaduto, promuovendo un convegno internazionale dedicato ai temi del rapporto tra identità, cittadinanza, tradizioni culturali, pluralismo religioso, modalità educative, differenti modelli pedagogici, valori educativi all’interno delle differenti religioni.
Un prezioso spunto di riflessione, in questo senso, ci giunge dall’analisi attenta, ancorché sofferta, di Yehudis Smith, direttrice dell’educazione della prima infanzia presso il Center for the Advancement of Jewish Education di Miami, coordinatrice di iniziative comunitarie per l’innovazione educativa, fondatrice di Yehudis Smith Consulting, autrice e docente a contratto presso l’American Jewish University. In lei questa situazione ha generato, accanto al dolore, la necessità di interrogarsi: “Ci siamo concentrati così tanto sulla domanda se sia possibile abbracciare Reggio Emilia restando orgogliosamente e pienamente ebrei che potremmo aver trascurato qualcosa: i valori educativi che abbiamo cercato in Reggio esistono nella nostra tradizione da migliaia di anni. La mia tesi di dottorato esplorava proprio questo intreccio. Ho sempre creduto che queste filosofie fossero compatibili; ora mi chiedo perché abbiamo fatto così tanto affidamento su Reggio per formulare convinzioni che avremmo potuto esprimere anche attraverso la Torah. Non intendo sostenere che ogni principio di Reggio abbia avuto origine nell’ebraismo, né utilizzare la Torah per giustificare pratiche moderne. Intendo dire che dovremmo studiare la concezione ebraica dei bambini, delle relazioni, dell’apprendimento e della dignità umana con la stessa serietà con cui abbiamo studiato le teorie educative contemporanee. Reggio Emilia può averci dato un linguaggio pedagogico contemporaneo per esprimere questi valori, ma non ci ha dato i valori stessi. Per esempio, molto prima che il fondatore dell’approccio di Reggio Emilia, Loris Malaguzzi, formulasse l’idea secondo cui gli educatori dovrebbero avvicinarsi ai bambini rispettando ciò che già sono, invece di definirli attraverso ciò che non sono ancora in grado di fare, la Torah insegnava che ogni essere umano è creato B’tzelem Elokim, a immagine di Dio (Bereshit 1:27)”.
Parole di grande intelligenza e profondità che possono costituire una stella polare per questo convegno internazionale. In questo medesimo alveo di attenzione ai diritti dell’infanzia e al dialogo tra differenti esperienze religiose e pedagogiche, considerando anche come la millenaria tradizione educativa della Chiesa abbia storicamente proposto, con il concetto di anima, il riconoscimento del bambino quale persona e titolare di diritti fin dalla nascita, potrebbe inscriversi una presa di posizione culturale a favore del riconoscimento della cittadinanza italiana per i bambini nati in Italia, promuovendo l’estensione di tale principio di tutela della cittadinanza alla nascita anche a livello internazionale.
A seguire, finché la reputazione del brand Reggio Children si mantiene solida, potrebbe prendere vita l’iniziativa che personalmente propongo da ormai diverso tempo all’amministrazione e a Reggio Children: un Festival internazionale sull’educazione, strutturato sul modello di manifestazioni consolidate quali il Festivaletteratura di Mantova o il Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo. Il solo annuncio che Reggio Emilia ospiterà un Festival internazionale dell’educazione avrebbe una risonanza globale di straordinario impatto e rappresenterebbe un vigoroso rilancio per la nostra città e per il sistema educativo reggiano.
Qualora Reggio Children e il Comune sapranno promuovere, attraverso un convegno volto al dialogo interreligioso e un successivo Festival internazionale dell’educazione, un dibattito autentico e inclusivo su queste tematiche, questo momento di difficoltà potrà convergersi in una nuova opportunità di evoluzione, scongiurando il rischio di un progressivo declino. Poiché le ripercussioni reputazionali rischiano di estendersi ulteriormente, si rende necessario agire con tempestività, lucidità e competenza, pur nella consapevolezza che la città non conta più sulla presenza di figure storiche quali Loris Malaguzzi, Carla Rinaldi o Renzo Bonazzi.
Preservare il ruolo di riferimento globale per l’educazione dell’infanzia anche nel nuovo millennio richiede la costante capacità di dimostrarlo nei fatti e nel contesto contemporaneo, senza limitarsi al mero richiamo dei traguardi storici conseguiti nel secolo scorso.
Questo è il senso delle mie considerazioni, espresso con la massima trasparenza e franchezza. Nel ringraziare per l’attenzione riservata a questa articolata riflessione, auspico che essa possa essere accolta come un contributo costruttivo al servizio di Reggio Children e della nostra città in un passaggio delicato della sua storia. Nella consapevolezza che non tutte le posizioni coincideranno con la presente analisi, ritengo fondamentale superare l’equivoco per cui ogni sollecitazione critica o dialettica rivolta all’amministrazione o a Reggio Children debba essere interpretata come un atto oppositivo, trattandosi al contrario di un intervento animato dal preminente interesse per il bene comune.






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