La nostra impressione è che manchi da tempo, in città, un discorso delle associazioni di rappresentanza che vada oltre i confini, per quanto ampi, degli interessi dei propri associati.
Un discorso che sia in grado di rivolgersi pubblicamente a tutti i reggiani e di prefigurarne, influenzandolo, il loro futuro prossimo.
Un discorso che connetta i bisogni generali dei cittadini a quelli particolari di una determinata categoria e viceversa.
Un discorso che, all’ingrosso e banalmente, dica più o meno così: ciò che utile a Reggio può essere utile anche a noi e ciò che è utile a noi può essere utile anche a Reggio.
Facendosi così carico, quota parte, della necessaria sintesi tra due potenziali opportunità.
Questa mancanza non è certo una colpa, anzi: anni di pandemia, lievitazione insopportabile di costi difficilmente comprimibili, impoverimento generale dei nuclei familiari, precarizzazione ulteriore dei rapporti di lavoro e inflazione, hanno falcidiato e impoverito e stanno ancora falcidiando e impoverendo, specie in alcuni settori, la base costituente di queste associazioni.
Le quali, a loro volta, si sono ritrovate spesso a dover ridurre il personale, dare corso a profondi processi di riorganizzazione, predisporre progetti interprovinciali di fusione, ideare nuovi servizi e forme di lotta all’altezza della straordinarietà della situazione vissuta dai propri iscritti.
Tutto questo all’interno di una filiera di poteri la cui collocazione gerarchica si è nel tempo assai modificata.
Basta dare un’occhiata al bisogno, a volte disperato, di accedere al credito delle piccole e medie imprese e al meccanismo micidiale dei mutui a tasso variabile per le famiglie, per capire chi ha scalato le posizioni e chi è invece retrocesso.
Mentre spuntano come funghi Comitati di cittadini che decidono di rappresentarsi direttamente, saltando ogni tipo di rapporto mediato tra loro e la pubblica amministrazione.
Anche qui nulla da eccepire: viviamo tempi nuovi.
Quindi, come diceva quel tale: prima di tutto sopravvivere.
Difficile filosofare mentre la casa brucia: è una condizione più che una scelta.
Non ce la prendiamo, dunque, con chi dirige le associazioni di categoria: siano esse del mondo imprenditoriale, del lavoro dipendente e dei pensionati.
La rappresentanza è oggi uno dei mestieri più difficili del mondo e merita rispetto.
Tuttavia il problema, secondo noi, rimane: esiste cioè uno spazio pubblico di discussione, anche dialettica e critica, che reclama di essere occupato con maggiore sistematicità da parte di chi organizza legittimi e a volte corposi interessi privati.
Uno spazio che sarebbe sbagliato lasciare all’esclusivo dominio dei partiti e di chi amministra la cosa pubblica.
Ne ha bisogno la città e ne ha bisogno chi la amministra.
E da qui al maggio del 2024 le occasioni non dovrebbe mancare.
Fra Diavolo






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