Quei maledetti anni Ottanta…

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di Mauro Del Bue

 

Non amo dividere e giudicare gli anni ogni dieci. Pensate agli anni Quaranta. Cominciarono con piazza Venezia gremita di popolo osannante Mussolini, a metà anni Quaranta impiccato a testa in giù in un’altra città e sputacchiato dagli stessi che l’avevano acclamato, e finito con l’inizio della guerra in Corea e con la messa al bando di chiunque avesse manifestato idee fasciste.

Se si intende qui la demonizzazione degli anni Ottanta, allora se ne può parlare, anche se un giudizio più misurato e credibile si fa avanti anche sulla cosiddetta retorica della cosiddetta Milano da bere.  Tra l’altro non ho mai capito se il bere fosse ritenuto un vizio e il mangiare una virtù.

Non sopporto i luoghi comuni e vi spiego subito perché gli anni Ottanta non possano essere condannati in nome di una moralità beghina e non debbano essere esaltati acriticamente. Come nessun decennio, quinquennio e anno. Diciamo che negli anni Settanta si scorgevano ovunque le conseguenze del ‘68, quelle diciamo così più discutibili e negative.

L’idea che tutto fosse politica e non é vero, che la rivoluzione fosse alle porte, e meno male che così non fu, che la violenza non fosse sempre un male e lo è, che la distruzione del capitalismo fosse necessaria per costruire il socialismo, e Dio ce ne scampi.

E gli slogan: da Marcuse a Mao, ai tupamaro sudamericani, al vietcong che vince perché spara, a uccidere un fascista non è reato, l’unicum che pervadeva gran parte delle giovani generazioni aveva completamente offuscato le spinte libertarie del Sessantotto per incasellarle in rigidi e bigotti schemi ideologici. Le comuni, il fare l’amore e non la guerra, le lotte per le assemblee erano ritenuti retaggi del passato, rigurgiti di un riformismo e pacifismo idiota. Di un democraticismo improduttivo. Ma quale revisionismo, torniamo a Marx e a Lenin, addirittura a Stalin.

C’era un’insana pazzia che pervadeva come una nebbia felliniana molti italiani e non solo giovani, ma anche intellettuali, giornalisti, filosofi o presunti tali. La strage di Piazza Fontana, strage di Stato, e quelle che nei primi anni settanta seguirono, dimostrava a parere di costoro, assieme al colpo di stato in Cile del ‘73, che una visione democratica avrebbe portato al fallimento.

Così, nella seconda metà degli anni Settanta, si scatenò in Italia una vera e propria guerra civile che impegnò nella lotta armata, secondo i dati che mi comunicò confidenzialmente l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ben 14mila giovani di estrema sinistra e di estrema destra. Giovani che uccisero freddamente magistrati, giornalisti, poliziotti, uomini politici.

Giovani che rovinarono famiglie e che finirono uccisi, feriti e, quelli sopravvissuti, con la loro vita eternamente rovinata. Si sentivano, eroi, erano solo criminali col culto malato di un’ossessione ideologica. Chi gliel’aveva fatto fare di scegliere le P 38, le mitragliette, la varia armeria fornita da Paesi stranieri? Chi c’era dietro e davanti, e Moro poteva essere salvato in quella tragica primavera del 1978? Quanto durò perché durò anche nei primi anni Ottanta, ecco perché non si può dividere tutto per decenni.

Anzi, il 1980 fu forse l’anno più sanguinoso e il 1981 quello più bestiale con il fratello del pentito Peci processato dalle Bierre e condannato a morte al suono dell’Internazionale. L’atto più feroce consumato secondo la logica mafiosa. L’ideologia coniugata con la crudeltà. Poi, sì, gradualmente tutto si acquetò, singoli delitti per quanto crudeli, non fecero storia.

Il terrorismo, quello messo in gattabuia, quello pentito e quello solo revisionista, aveva alzato bandiera bianca. Si poteva esaltare e rafforzare una democrazia che, se pur capitalista, non era la stessa cosa di una dittatura. Si poteva riscoprire il riformismo, il vecchio riformismo, e anche il pacifismo e magari anche il mito di Gandhi. E si poteva anche fare dell’altro perché non é vero che tutto é politica, c’è anche l’amore e l’amicizia, e la famiglia e il sesso e lo sport e anche la musica. Non quella impegnata politicamente, di Pietrangeli, Della Mea e di Fausto Amodei, quello dei morti di Reggio Emilia. Si può ascoltare il grande Frank Sinatra a Milano in un’arena esaurita nel 1985. E qualche anno dopo gustarsi il Nuovo cinema Paradiso di Tornatore. Anche il sesso cominciava a non essere ideologico. Si può dire che Moana Pozzi è un gran bel pezzo di strafiga senza chiederle per che partito vota.

Evviva. E senza essere accusati di qualunquismo e di essere disimpegnati. A volte ci si mette la magistratura, come nel caso di Altri libertini di Tondelli, che venne subito sequestrato. Ricordo che feci un’interrogazione alla giunta in Consiglio comunale sull’argomento. Ecco, dalla metà degli anni Ottanta si é ripreso, i giovani hanno ripreso, a vivere una vita completa. Senza inibizioni e paure.

Mettiamoci che la lotta all’inflazione era vinta, che lo sviluppo italiano era al vertice di quello dei paesi europei e che il rapporto debito-Pil pur crescente si manteneva ben al di sotto del 90% (oggi siamo al 160%), ma la sensazione prevalente era orientata all’ottimismo.

La disoccupazione giovanile era abbondantemente sotto il 10% e non al 30 come oggi. Gli anni ottanta sono stati anche questo, soprattutto questo. Poi ci sono state le degenerazioni in ogni campo. Certo nella politica, ma anche nella società civile, abituata a non pagare le tasse e coi Comuni orientati ancora a non esprimere nelle previsioni dei Prg e delle numerose varianti adottate quella sensibilità ambientale che il movimento dei Verdi, entrato per la prima volta in parlamento nel 1987, invocava. E non si fece quello sforzo che poi si manifestò nei primi anni Novanta, per battere le mafie. Poi arrivò l’89, bicentenario della rivoluzione francese, e anno di svolta epocale.

Crollò il Muro di Berlino e finirono i regimi comunisti. Ma questo, gli ottantisti, non se l’aspettavano. Amavano la vita così come l’avevano vissuta e non si adeguarono alle conseguenze italiane di questa prepotente novità. E cominciò un’altra storia. Si distrusse il vecchio senza costruire il nuovo. Si aprì una fase di transizione eterna. E si piombò nella crisi più acuta del dopoguerra. Sembrava che il progresso fosse eterno. Si scoprì il regresso. Che i giovani stavano peggio dei loro genitori. Che la politica stava molti gradini sotto quella precedente. Che la competenza non era un difetto e l’incompetenza una virtù e si misurarono i danni prodotti. E si cominciò a rimpiangere il passato. Anche i maledetti anni ottanta. Anzi, soprattutto quelli.



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