C’è una forma di tenerezza, bisogna ammetterlo. Una tenerezza quasi involontaria, che si riserva ai parenti lontani un po’ rimasti indietro: questi nipotini sbiaditi degli anni Sessanta, cresciuti all’ombra lunga di miti che non hanno vissuto ma solo ereditato, come vestiti fuori misura. Comunità, freak, hippies: parole che odorano di incenso e libertà, presto precipitate nello spontaneismo elevato a sistema, talvolta armato, spesso cieco. Un’epica minore, che ha lasciato dietro di sé più macerie che alternative.
Oggi quel repertorio sopravvive in forma caricaturale. Il “sociale” diventa una categoria salvifica, una sorta di indulgenza plenaria laica: basta definirsi tali per collocarsi automaticamente dalla parte giusta della storia. È una sublimazione etica che assolve in anticipo, una patente morale che non richiede verifica. L’azione concreta, la responsabilità economica, il rispetto di regole minime: tutto derubricato a fastidio borghese.
Il rifiuto delle regole, infatti, non è mai episodico: è programmatico. La legge non è uno strumento imperfetto da migliorare, ma un nemico da eludere. Nasce così una forma di neo-luddismo confuso, che mescola retorica antagonista e pratiche opportunistiche. Si rifiuta il sistema, ma si consuma ciò che il sistema produce; si contesta il mercato, ma si utilizzano le sue infrastrutture; si invoca l’alternativa, ma senza costruirne una sostenibile.
Nel frattempo prospera una morale interna elastica, per non dire accomodante. I “compagni che sbagliano” restano sempre compagni: l’errore è riassorbito nella comunità, dissolto nel calore dell’appartenenza. La responsabilità individuale evapora, sostituita da una solidarietà selettiva che perdona tutto, purché il peccatore sia dei nostri.
Poi ci sono le piccole astuzie, che piccole non sono. Le utenze sottratte, i contatori aggirati, gli spazi occupati senza titolo. Il costo è pubblico, dunque invisibile: paga una società astratta, colpevole per definizione perché “ricca e cattiva”. Il paradosso è completo: si rivendica il sociale mentre si scaricano sul sociale i propri oneri. Una redistribuzione al contrario, travestita da resistenza.
Il cuore, però, resta un altro. Non tanto un progetto politico, quanto un rito: stare insieme, radunarsi, ascoltare musica, bere, fumare, “farsi i propri”. Tutto legittimo, per carità. Ma elevato a totem, a valore assoluto che giustifica ogni deroga. L’appartenenza diventa fine, non mezzo. Purché sia alternativa, purchessia.
In fondo, sotto la vernice ideologica, affiora una pulsione elementare: prendere ciò che non si ha diritto di prendere, furbeggiare, sottrarsi. Non è rivoluzione, è scorciatoia. Non è conflitto, è deresponsabilizzazione. E mentre ci si racconta la favola dell’assalto al cielo, si resta saldamente ancorati a terra, a fare i conti – quelli veri – che, puntualmente, paga qualcun altro.






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