Prima i poveri, poi l’ambiente

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Cinquantamila morti di Covid in Italia dall’inizio della pandemia ad oggi. Un infelice traguardo simbolico, una cifra di dolore che si moltiplica per familiari, congiunti, amici. I quali non immaginavano, non sapevano, è successo tutto così in fretta…

Pochi sono ormai coloro i quali non contino nel proprio giro di relazioni una vittima del virus. Ci sono i negazionisti di vario colore: si va da chi crede che le ambulanze vuote vengano fatte girare apposta per terrorizzare la popolazione a chi non si fida delle soluzioni di Big Pharma e non si farebbe mai iniettare una soluzione contenente il vaccino. Poi ci sono gli egoisti cinici fino al midollo, ai quali dei morti importa zero perché pensano solo alla propria personale convenienza. Ce ne sono molti, più di quanto si veda e si legga.

Le persone comuni invece, ragionevoli e dotate di un minimo di livello di umanità, sono in grado di comprendere cosa significhi una strage che conta sino a questo punto numeri da guerra. Anche perché, grazie al cielo, oltre a chi è morto c’è chi è tornato indietro e ha potuto raccontare l’esperienza.

Si legge spesso dell’invito che qualche medico o sanitario che lavori nelle terapie intensive rivolge a chi considera il Covid un grande bluff: che venissero qui a constatare come stiano le cose, che venissero. E i racconti confermano: il virus si può curare meglio oggi che nella prima ondata, quando si era del tutto impreparati, ma il decorso dell’infezione resta molto incerto. Portare a casa la pelle costa dolore e fatica, e poi è sempre in ballo una componente di fortuna.

Cinquantamila morti di Covid in Italia e circa un milione e 400mila nel mondo. Scopriamo ogni giorno come le conseguenze della pandemia si stiano abbattendo sulla vita delle persone più di quanto si potesse immaginare. Secondo gli ultimi dati del Censis diffusi lunedì scorso la povertà si sta diffondendo velocemente in tutta la penisola. Sono 600mila i nuovi poveri e circa 7 milioni e mezzo gli italiani che hanno subìto un drastico calo delle proprie risorse. Ne deriva un dato difficile da accettare: sarebbero cinque milioni i connazionali con difficoltà a mettere insieme due pasti decenti al giorno.

Secondo Giuseppe De Rita, che il Censis lo presiede e che conosce come pochi la società italiana, il virus ci consegnerà un Paese “più impaurito e più diseguale”, nel quale “la ricerca della crescita sarà rafforzata da una maggiore coesione sociale”. Gli italiani meglio affronteranno la sfida dell’uscita dalla crisi tanto più saranno sostenuti da un senso di solidità alle loro spalle, solidità che derivi da un rinnovato afflato di condivisione e coesione sociale. Da solo, in sostanza, non si salva nessuno, o comunque pochissimi.

L’altro elemento rilevante del rapporto Censis riguarda invece la priorità che gli italiani affidano alla sostenibilità sociale rispetto alla sostenibilità ambientale. Secondo le analisi dell’istituto guidato da De Rita i compatrioti considerano negativo l’impatto di alcuna misure volte a combattere l’inquinamento atmosferico, quali ad esempio le rottamazioni forzate di veicoli vecchi, perché colpiscono le categorie sociali più deboli, ossia quelle che non possono permettersi l’acquisto di un’auto nuova. Il 76,4% degli italiani considera tali misure dannose verso chi ha meno possibilità. Prima il sociale, poi l’ambientale: piaccia o meno, oggi è la sintesi.




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