Ieri sono stato a Parma dove si sta svolgendo la tredicesima edizione di “Segnali di vita – Il rumore del lutto”. Concerti, presentazioni di libri, opere di teatro-danza, confronti, incontri, dall’Italia e dall’estero.
Esiste un pezzettino d’Italia non soggiogato dal tabù del morire. Esiste un pezzo d’Italia che meriterebbe di uscire dalla censura derivante dallo stigma della malattia. A Reggio Emilia fanno le cose molto bene fino al momento del passaggio.
Poi stop.
Dello spazio cremazioni a Coviolo si è già detto: ha il fascino di un cantiere edile.
I reggiani si autocelebrano nell’accoglienza dell’immigrazione in vita e contemporaneamente ignorano del tutto tradizioni spirituali, sacre, religiose, laddove si tratti di culti differenti. Per paradosso ciò accade anzitutto da noi stessi, considerando la questione religiosa delegata alla chiesa cattolica.
Ma tra un ateismo generico e la fede cattolica esistono milioni di italiani e decine di migliaia di emiliani i quali esplorarono, studiano, meditano, pregano, operano con il Sacro individualmente o in piccoli gruppi. Magari si interessano anche alla politica e praticano pilates, ma non rinunciano alle domande ultime.
Purtroppo Reggio Emilia non sfugge a questo abisso di insensibilità. Litigano per tre alberi in una piazza ma non riescono ad affrontare il tema della vita propria, oltre che di quell’albero.
Dei due grandi tabù del Novecento abbiamo sfatato il primo, il sesso, e direi siamo persino andati oltre facendo confusione con la nozione di amore. Sul secondo, niente da fare. Rincorriamo giovinezza, la invidiamo, la compriamo – e, proprio come Faust, siamo sempre pronti a vendere l’anima.







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