La Pasqua secondo Mondinsieme

resurrezione di Cristo

C’è differenza tra un errore e un segnale. Definire la Pasqua “una delle principali ricorrenze cristiane”, come ha fatto il Centro interculturale Mondinsieme di Reggio Emilia in un post pubblico apparso domenica in rete, non è una svista qualsiasi: è un indice di analfabetismo culturale. La Pasqua non è “una tra le principali”. È la principale. Senza la Resurrezione, il cristianesimo non esiste. Non è materia da specialisti, ma l’alfabeto minimo della civiltà europea.

Il punto, però, è un altro. Mondinsieme è un organismo di proprietà comunale, finanziato quasi per intero da risorse pubbliche, che opera nelle scuole, promuove progetti educativi, iniziative interculturali, eventi e contenuti social. Non è un osservatore: è un attore formativo. Ed è qui che l’errore smette di essere casuale.

Da tempo, infatti, una parte significativa delle attività proposte ruota attorno al paradigma della cosiddetta “decolonizzazione dello sguardo”: un’impostazione teorica che, nelle sue versioni più radicali, tende a rileggere la storia occidentale quasi esclusivamente come storia di dominio, sopraffazione, colpa. Un approccio che può avere una sua dignità accademica, ma che, trasposto senza mediazioni nel contesto educativo di base, rischia di diventare caricatura ideologica.

Il risultato è una narrazione sbilanciata: da un lato, una valorizzazione esasperata di identità e ricorrenze altre; dall’altro, una progressiva riduzione della cultura occidentale a problema da correggere, più che patrimonio da comprendere criticamente. In questo schema, anche la Pasqua può scivolare da fondamento teologico e storico a generica “ricorrenza”. Non è inclusione, è disarticolazione del senso.

L’intercultura, quella seria, non cancella le gerarchie di significato: le spiega. Non relativizza tutto: distingue. Non educa al sospetto permanente verso la propria tradizione: educa alla conoscenza, anche critica, ma fondata.

Un ente pubblico ha il diritto di proporre visioni, ma ha il dovere di non trasformarle in catechismi laici. Soprattutto quando si rivolge ai più giovani. Perché tra educazione e indottrinamento la distanza non è nei temi, ma nel metodo: nella capacità o meno di presentare complessità senza semplificarla in slogan.

Qui non siamo davanti a una semplice frase sbagliata. Siamo davanti a un clima culturale in cui l’approssimazione convive con l’ideologia, e l’una finisce per alimentare l’altra. Un ente pubblico può anche sbagliare. Ma non può permettersi di non sapere. E soprattutto non può permettersi di insegnare senza sapere.




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