Misericordia

don Giuseppe Dossetti in Comune – CoRE

Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati”. Così scrive Paolo ai Corinzi (1Cor 15,17), e aggiunge: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini”. La risurrezione di Gesù è il contenuto della predicazione dell’apostolo: “Se con la tua bocca proclamerai, ‘Gesù è il Signore’ e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10,9).

Ancora una volta, ci dobbiamo misurare con un messaggio difficile da accettare. La storia del cristianesimo è accompagnata da tentativi di scindere il messaggio, che viene riconosciuto di perenne attualità, gli alti ideali proposti dalla predicazione di Gesù, e, dall’altra parte, l’involucro, dipendente dalla cultura ebraica o greca, che deve essere “demitizzata”.

La discussione si protrarrà fino alla fine dei tempi, ma teniamo presente che la posta in gioco è l’immagine di Dio che noi abbiamo. Per esempio, l’Islam non ha questi problemi: Dio è lontano e inaccessibile; all’uomo è chiesto di sottomettersi ai dettami del Corano, in cambio di una risurrezione futura e difficile da precisare. Anche i Testimoni di Geova hanno una visione simile.

Ma il Dio di Gesù Cristo, prima di essere cercato dall’uomo, è lui alla ricerca della sua creatura. Egli ne è innamorato e vuole un rapporto forte e definitivo: la risurrezione, predicata dal Nuovo Testamento, ma già accennata nell’Antico, è partecipazione alla vita divina. Mi rendo conto che queste parole sono per alcuni scandalo e per altri stupidaggini, come riconosce san Paolo, “ma per coloro che sono chiamati, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,24).

In realtà, c’è un accompagnatore, un “pedagogo”, come lo chiama san Paolo, che ci guida a riconoscere che proprio di questa apparente assurdità noi abbiamo bisogno. Il pedagogo sono le Scritture dell’Antico Testamento, che il popolo di Israele ha custodito e trasmesso. È per questo che, nell’attuale guerra in Medio Oriente, non solo lo Stato ebraico rischia di perdere la sua ragion d’essere, ma vi è una conseguenza ancora più nefasta, la rinuncia al ruolo eterno che Adonai, il Signore, ha voluto per il suo popolo. Le Scritture ci trasmettono un’immagine che tutto riassume: “Tuo sposo è il tuo creatore” (Is 54,5). Il Dio di Israele è un innamorato che lamenta l’infedeltà della sposa, che la richiama con accenti di sdegno e di tenerezza, e che tutto perdona.

Questo rapporto si chiama “Alleanza”, in latino “Testamentum”. Perché si fa tanta fatica ad accettare un Dio appassionato, mentre sono molte di meno le riserve verso un Dio impassibile, assolutamente al di là dell’uomo, osservatore e giudice? Penso che la vera difficoltà non sia di carattere dottrinale; quello che disturba non è la promessa per il futuro, ma la richiesta per il presente. Ancora una volta, Adamo vuol essere il dio di sé stesso e l’amore disturba la nostra superbia.

Anche per questo, la risurrezione di Gesù è la risurrezione del Crocifisso, è l’ingresso di Dio nella storia umana, è il compimento finale dell’Incarnazione. Dio non è il turista, che visita i mortali per tornare poi nel suo mondo felice (e noioso). Tommaso ha ragione, quando pretende di vedere e toccare i segni della passione sul corpo di Gesù. Gesù ha appena dato ai suoi l’incarico di perdonare i peccati, ma Tommaso vuole sapere dove vada a finire il male del mondo, che non può essere cancellato a buon mercato. Egli vuole toccare il corpo ferito, quelle ferite delle quali tutti sono responsabili, anche lui. Ma ora tutto può ricominciare, tutto è misericordia.




Non ci sono commenti

Partecipa anche tu