Malosti porta in scena la moderna attualità de “Il Misantropo”

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7.8

Continua la stagione di prosa dei Teatri di Reggio Emilia con “Molière / Il Misantropo (ovvero Il nevrotico in amore)”, una coproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Carcano e Luganoinscena.
Dopo il successo de “La scuola delle Mogli” Valter Malosti torna di nuovo su Molière, in qualità di regista e attore, con “Il Misantropo”, di cui cura anche l’adattamento in lingua italiana insieme a Fabrizio Sinisi.

La commedia viene qui attualizzata nel migliore dei modi, moderni non sono solo i costumi, anni 70’ con un sottotono di scugnizzo, ma anche il linguaggio, il che rende l’intero spettacolo molto fruibile. Il misantropo Alceste nella visione di Malosti non è un semplice filosofo un po’ logorroico, come spesso viene rappresentato nelle interpretazioni più classiche di quest’opera; è invece cinico, rancoroso, litigioso e persino ipocrita: vanta la sua assoluta sincerità ai quattro venti, ma pretende che gli sia, proprio per questo, riconosciuta una superiorità anche fittizia; in questo modo finisce per alimentare la stessa falsità che vorrebbe tanto combattere. Non viene, e fortunatamente, tralasciato l’aspetto comico, anche se diventa un humor necessariamente più nero.

Alceste si muove su un palcoscenico dentro il palcoscenico, il quale ha due scopi: uno metaforico che rappresenta la sua necessità di essere al centro dell’attenzione, negli occhi dell’amata-odiata Célimène e non solo; l’altro scopo di questo ring bianco lucido, su cui si incontrano (e scontrano) i personaggi, è di riflettere e amplificare le luci dei neon che segmentano lo spazio scenico e con vari colori scandiscono cambi scena, contesti e sentimenti. Il mondo qui rappresentato come un connubio fra un salotto e una discoteca è corrotto, meschino e approfittatore; Célimène ne ha in mano le redini ed è in grado di sfruttare questi meccanismi a suo favore; Alceste che tanto predica la sua ricerca di verità e sincerità, cade nella falla e non riesce né ad accettare l’animo libertino senza schermi di lei, né a crederle quando gli confessa il suo amore. Sullo sfondo, con effetto fotografia in negativo, la rappresentazione del mito di Artemide e Attenone, a cui la regia si ispira per giocare sul ruolo di carnefice (Célimène) e vittima (Alceste), anche se vittima più che altro di se stesso. Onnipresente nella messa in scena, fin troppo, è il richiamo al Don Giovanni di Molière, che diventa l’altra faccia della medaglia della lotta all’ipocrisia.

Ottimi gli attori, oltre al già citato Malosti, che danno prova di grande abilità, non avendo nulla in scena a cui appoggiarsi o con cui lavorare, se non la loro bravura. Seducente e mai stereotipata Anna Della Rosa nei panni di Célimène a cui fa da contraltare Arsinoè interpretata da Sara Bertelà, che bene riesce a destreggiarsi fra la morale, vera o ostentata, e la sensualità del personaggio. Efficacissimi Matteo Baiardi e Marcello Spinetta nei panni dei conti approfittatori che un po’ ricordano i Proci dell’Odissea; dolcissima Eliante di Roberta Lanave, divertente Filinto di Paolo Giangrasso, solido Oronte di Edoardo Ribatto. Una nota di merito ad Alessio Maria Romano per la cura dei movimenti, cifra stilistica importante dell’intero spettacolo.


Nel complesso un bello spettacolo, che riesce bene nell’intento di modernizzazione; rimangono alcuni dubbi sui continui rimandi al Don Giovanni e all’uso della figura della scimmia, che sembra importantissima a vedere la locandina, ma che viene quasi solo accennata.

I nostri voti


Regia
7
Attori
9
Scena
7
Adattamento
8




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