C’è una parola che deciderà le prossime elezioni: sicurezza. Non è uno slogan, né una forzatura propagandistica. È la chiave attraverso cui una parte crescente del Paese legge il proprio disagio materiale e simbolico. Su questo terreno, piaccia o no, la destra appare oggi più credibile della sinistra, anche quando i risultati di governo sono tutt’altro che lineari. La percezione, in politica, conta quanto i numeri. Talvolta di più.
La sinistra e in particolare il Pd sembrano invece impegnati in un’operazione di allargamento che guarda più in alto che in basso. L’imbarco simultaneo della Cgil, delle sigle pro-Pal, dell’Albanese e dei Massari più politicanti che sindaci produce consenso soprattutto nei circuiti dell’opinione colta, militante, moralmente appagata. Ma non intercetta il voto popolare. Tutte le rilevazioni sondaggistiche raccontano la stessa storia: le classi meno agiate, quelle che più avrebbero interesse a una sinistra sociale, votano stabilmente a destra.
Il Movimento 5 Stelle presidia un altro segmento ancora: il voto meridionale, alimentato dalla speranza che tornino stagioni di trasferimenti facili, di provvidenze miracolose, di nuove versioni del reddito di cittadinanza. È un consenso che non costruisce futuro, ma mantiene dipendenza. E che, infatti, non produce progetto.
Nel frattempo, lo scontro quotidiano sul referendum sulla giustizia — uno scontro spesso belluino, urlato, caricaturale — occupa il sistema dei media oltre ogni ragionevole proporzione. Elly Schlein, che ha già messo in conto la perdita dell’area cattolica e riformista del partito, tenta di trasformare il referendum in un voto anticipato contro Giorgia Meloni. Una scorciatoia politica che rischia di produrre un solo risultato certo: aggiungere un’ulteriore ragione alla lunga lista di motivi per cui gli italiani diffidano della politica e se ne allontanano.
Il Paese reale avrebbe bisogno di altro. Di consapevolezza e di unità, prima ancora che di schieramenti. L’economia italiana non è guarita dai suoi mali storici: la crescita zero equivale a navigare a vista; i giovani continuano ad andarsene; ciò che resta è un welfare intoccabile, una spesa pubblica enorme e improduttiva, una capacità di attrazione degli investimenti sempre più fragile.
In questo contesto, la sicurezza non è una fissazione reazionaria. È il nome politico di un’insicurezza più profonda: sociale, economica, esistenziale. Ignorarla o liquidarla come pulsione regressiva significa consegnare, ancora una volta, il Paese a chi la sa raccontare meglio. Anche quando la sa governare peggio.






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