L’abitudine di sentirsi vivi

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Milton Erickson fu uno dei più autorevoli psichiatri del ‘900 ed uno dei più grandi ipnotisti della storia.

Come apprese le capacità che aveva? Milton fin da giovane fu costretto in sedia a rotelle ed utilizzò il tempo che trascorreva seduto per osservare tutti i movimenti dei muscoli delle persone che gli stavano attorno. Ciò gli permise di acquisire un sacco di informazioni relative alla comunicazione ed alle reazioni inconsapevoli dei corpi, e di utilizzare poi queste conoscenze nelle tecniche ipnotiche che in seguito elaborò.

All’università incontrò un professore che gli insegnò a compiere esercizi mentali sul movimento delle gambe e si esercitò finché ricominciò a camminare con le sue gambe.

Un’estate decise che sarebbe andato a fare un lungo viaggio con la canoa con un suo amico. All’ultimo l’amico non poté partecipare, quindi Milton percorse 800 chilometri sul Missisipi con la canoa, facendosi aiutare da chi incontrava nei porti per entrare ed uscire dalla canoa.

Questa esperienza, ma anche la stessa vita di Erickson è un insegnamento.

Potremmo stare tutta la vita a piangere e rimpiangere ciò che abbiamo perso e non accorgerci che in ciò che perdiamo o non abbiamo è racchiusa la ricchezza.

Quando perdiamo qualche capacità, ciò non significa che l’abbiamo persa in modo definitivo, possiamo recuperare ciò che abbiamo perso in altro modo, possiamo fare degli esercizi per riabilitarci, possiamo utilizzare quel vuoto per riempirlo con qualcos’altro.

Possiamo utilizzare questo momento storico in cui siamo deprivati di parecchie cose che svolgevamo prima come un’occasione per trovare una nuova dimensione.

Come avremmo avuto la consapevolezza di ciò che stavamo vivendo se non attraverso la perdita?

Se in questo momento stiamo soffrendo per un lavoro perso, per persone che non ci sono più, per semplici abitudini frivole (come il semplice andare a bere l’aperitivo il sabato sera o l’andare a cena in qualche ristorante) significa che eravamo manchevoli di consapevolezza e presenza. Agivamo la nostra vita in modo meccanico ed inconsapevole. In ciò mi metto dentro pure io, sono anche io sofferente in certi momenti per abitudini che non posso più esercitare.
La vita, che è in connubio con la morte, è Maestra, perché ci insegna a non aggrapparci, a non abituarci.

L’abitudine produce sicurezza e inconsapevolezza poiché ci rende dimentichi del fatto che, analogamente alla puntina che scorre più volte sulle tracce del nostro disco preferito apparentemente come fosse la prima volta, ad ogni giro la puntina della vita ha modificato il solco cosicché il successivo ascolto sarà sicuramente diverso.

Kant stesso nella Critica della Ragion pura afferma che due gocce d’acqua sono diverse per il semplice fatto che occupano due punti diversi nello spazio, quindi l’abitudine e l’uguale è un’illusione creata dalla nostra mente per renderci facili le cose.

Vivere è un continuo dire addio a ciò che è, nel momento in cui siamo dimentichi di ciò siamo morti, poiché non siamo presenti, siamo dei cadaveri ante litteram.

Se osserviamo le nostre relazioni, da quella di coppia a quella con i propri genitori, o con i figli, o nell’ambiente di lavoro, quanto di ciò che viviamo lo esperiamo dentro una cornice di abitudine?

Solo nel momento della cessazione diamo valore a ciò che è stato, magari arricchendo il passato di un caramello che non aveva solo perché non è nel nostro apparente possesso?

Questo momento di ritiro sociale è un ottima occasione per osservare le relazioni importanti della nostra vita e anche un momento per capire se c’è da cambiare qualcosa.

Siamo ora risvegliati alla vita o al sonno che stavamo vivendo.

Possiamo risvegliarci e accogliere particolari che avevamo tralasciato, possiamo riprendere a vivere per così lasciar andare con più libertà senza trattenere sia nei confronti delle persone sia nei confronti della materia.




C'è 1 Commento

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  1. paolo

    Vero e condivisibile , ma il problema vero non sono le nostre abitudini più o meno frivole a cui dobbiamo rinunciare quanto le paure ed esigenze di altri più o meno razionali da vivere e condividere.
    Tutti abbiamo ,più o meno latente , un certo grado di ipocondria, ma quando la paura si amplifica e prende il sopravvento coinvolgendo tutta la società non è più paura di morire, ma paura di vivere.


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