In questi mesi di chiusura sono stato testimone involontario dello sforzo enorme degli insegnanti per continuare ad “allenare” i loro studenti. Si, perché attivare la formazione a distanza, senza alcuna preparazione specifica, né tecnica né didattica, senza mezzi, senza alcuna indicazione ministeriale o con indicazioni contraddittorie è una impresa titanica. Eppure fin dai primi giorni della chiusura ho potuto osservare l’avvio prima di iniziative autonome (invio compiti e suggerimenti tramite registro elettronico) e poi di riunioni telefoniche (autoconvocate) tra colleghi, poi veri e propri consigli di classe o riunioni di materie e riunioni coi presidi.
Inizio quasi immediato di lezioni in video conferenza e poi come per incanto la costruzione di un orario provvisorio con lezioni in video conference per intere classi (da 25 allievi, cosa impensabile fino a pochi giorni prima). E alla fine lezioni in video conferenza interattive con 25 allievi, assegnazione e correzione di compiti a distanza. Un lavoro immenso senza mezzi standardizzati e senza organizzazione top down, ma solo rigorosamente bottom up. Chi ha anche una vaga idea dei concetti di organizzazione comprende quanto questo sforzo sia complicato e rimane impressionato dal lavoro svolto sia quantitativo che qualitativo. Lavoro che va detto è in gran parte frutto della PASSIONE DEGLI INSEGNANTI per il loro lavoro, per la loro MISSIONE EDUCATIVA.
Stupidi sono coloro che pensano che la lezione in presenza sia sostituibile, non lo è e non lo sarà mai per una serie di fattori che qui sarebbe troppo lungo elencare. Rimane il fatto che quello che ho visto in questi giorni è lo sforzo immenso di una categoria troppo bistrattata che anche in emergenza ha saputo ricrearsi e dare continuità al proprio lavoro, pensando unicamente agli allievi. Se un’insegnamento vorremo trarre da questi giorni di clausura, è che dopo, per ricostruire una società migliore, dovremo ricominciare dalla scuola e dalla valorizzazione del mestiere di insegnate.
Da lì dipende il futuro del paese. Possiamo però essere ottimisti perché la base culturale e la passione non mancano.






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