La pandemia ci insegni cos’è importante

Don Giuseppe Dossetti

Uno dei testi più noti della predicazione di Gesù sono le cosiddette Beatitudini; ma pochi sanno che ne esistono due versioni. Quella più antica è nel vangelo di Luca: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo” (Lc 6,20-23). In queste frasi, cogliamo il gusto che spesso Gesù manifesta per il paradosso, per le frasi brevi e un po’ misteriose, che costringono a pensare e a discutere. L’imbarazzo di chi le ascolta aumenta, perché il Maestro continua: “Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi,perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti”.

Forse per questo, di solito si cita il testo di Matteo (5,1-12), che non riporta i “guai” e sembra attenuare la durezza di certe espressioni: i poveri diventano i “poveri in spirito”. In realtà, non di attenuazione si tratta, ma di estensione a ogni genere di povertà, come la malattia e soprattutto come il peccato, il fallimento morale.

Ma cosa vuol dire “beati”? Che beatitudine, che gioia può esserci nell’essere poveri, nell’aver fame, nel dover fuggire dalla propria terra, nell’essere perseguitati per la propria fede? Questa parola non va spiritualizzata e moralizzata, come se, ad esempio, i poveri fossero gli umili e coloro che piangono quelli che vivono nel rimorso dei propri peccati. La beatitudine indica, in realtà, le scelte di Dio. Dio sceglie quelli che il mondo scarta, Dio consegna il suo “Regno”, cioè la sua presenza amante e buona, agli afflitti, a chi pensa di aver fallito la propria vita, a chi è ignorato o disprezzato o perseguitato dagli altri uomini.

Questa presenza del “Regno di Dio” è misteriosa e ineffabile. Tuttavia, qualcosa percepiamo della sua bellezza, se pensiamo che, dopo le lotte,le delusioni, gli errori, i dolori della vita, possiamo consegnarci alle mani di un Padre e riconciliarci così con la morte, ma anche con la vita. E’ bello pensare che c’è su di noi uno sguardo buono: “Tu vedi l’affanno e il dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero … Tu accogli, Signore, il desiderio dei poveri, rafforzi i loro cuori, porgi l’orecchio” (Salmo 10).

Certamente, l’orizzonte deve allargarsi al di là della nostra morte e questo non è facile, oggi, abituati come siamo a considerare reale solo ciò che percepiamo con i sensi, ciò che possiamo controllare con la nostra ragione. Eppure, l’eternità non è successiva al tempo, ma entra nel tempo, perché c’è un giudizio anche terreno, che dimostra la stoltezza di chi pensa di edificare la propria felicità senza curarsi né degli uomini né di Dio.

C’è una gelosa difesa che Dio fa dei suoi prediletti e chi li offende o li sfrutta o non li considera deve temere il giudizio del loro “Vindice”: “ Vindice del sangue, egli ricorda, non dimentica il grido degli afflitti” (Salmo 9,13).

Conviene ricordare ancora una volta che i poveri, i miseri, i malati, gli scartati non sono amati e preferiti per i loro meriti. Da nessuna parte sta scritto che i poveri sono migliori dei ricchi, ma sta scritto che essi sono amati proprio perché poveri e perché Colui che li ama è buono. Contro ogni visione romantica, l’esperienza ci dice che, invece, la nostra bontà è limitata e spesso si stanca, di fronte ai difetti e ai limiti di chi vorremmo aiutare.

Così, siamo condotti a considerare la nostra povertà e a sentire rivolta anche a noi la beatitudine. Come dice san Pietro, “Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5).Allora, neanche la ricchezza diventa un ostacolo, perché l’umiltà ci porta a sentirci amministratori, non padroni. La nostra aspirazione non è più l’accumulo, ma il sentirci dire, alla fine della nostra vita terrena: “Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto: entra nella gioia del tuo padrone” (Mt 25,21).

L’esperienza della pandemia può riportarci in mezzo ai poveri, se non ci lasciamo inquinare dal rancore per la fragilità, che si è rivelata, delle nostre sicurezze; ma anche se rinunciamo a presumere della nostra forza, quando, come è auspicabile, il virus sarà vinto. Forse, in questi giorni, stiamo imparando che cosa è veramente importante.




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