Impianto di economia circolare Forsu a Gavassa: ecco come produrrà biometano e compost

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La scorsa settimana nella sede del Tecnopolo di Reggio Emilia è stato presentato il progetto dell’impianto di economia circolare Forsu (acronimo per “Frazione organica dei rifiuti solidi urbani”) che la multiutility Iren – tramite la società Iren Ambiente – ha proposto di realizzare nella frazione di Gavassa del comune emiliano.

L’impianto ha l’obiettivo di ricavare dalla frazione organica e dalla frazione verde vegetale dei rifiuti – ottenute attraverso raccolte differenziate dedicate – due nuovi prodotti: il biometano (ricavato dalla purificazione del biogas), una fonte energetica completamente rinnovabile che andrà progressivamente a sostituire l’utilizzo di combustibili fossili non rinnovabili per usi energetici (riscaldamento e autotrazione), e compost di qualità, biodegradabile, classificato dalla normativa sui fertilizzanti come ammendante compostato misto, che potrà essere utilizzato per l’agricoltura, l’hobbistica e la florovivaistica per migliorare i terreni dal punto di vista nutritivo.

L’area produttiva sulla quale insisterà l’impianto, già destinata a tale uso in passato sia dalla pianificazione urbanistica comunale che da quella provinciale fin dal 2013, è di 17 ettari, con 27.500 metri quadrati per gli edifici destinati a ospitare l’impiantistica e 7.650 metri quadrati di superfici accessorie; ma quella complessiva dell’investimento sarà in totale di circa 80 ettari, con ben 58,6 ettari di aree potenzialmente produttive che saranno ritrasformate in territorio agricolo.

L’impianto vero e proprio si articola in uno schema “a blocchi”. La frazione organica dei rifiuti solidi urbani, dopo la pesatura e la registrazione, viene sottoposta a un pre-trattamento per rimuovere le sostanze non compostabili, mentre successivamente passa attraverso due grandi fasi di lavorazione.

La prima fase è quella del trattamento anaerobico, cioè in assenza di ossigeno: il rifiuto, prelevato dalla fossa di stoccaggio, viene triturato, vagliato per l’eliminazione di eventuali parti non trattabili e avviato ai quattro digestori (della capacità di circa 2.000 metri cubi ciascuno) che, grazie un processo biologico complesso attivato dall’azione di batteri metanigeni, trasformano la sostanza organica in biogas, costituito prevalentemente da metano e anidride carbonica, oltre a gas minori. Il tempo di permanenza dei rifiuti nel digestore è compreso tra i 21 e i 23 giorni.

La percentuale di metano nel biogas può variare tra il 50% e l’80%, a seconda della sostanza organica in ingresso e delle condizioni del processo. A quel punto il biogas così generato viene indirizzato in una tubazione e sottoposto a un trattamento di raffinazione detto “upgrading”, per arrivare a una concentrazione di metano del 95% che lo rende in tutto e per tutto assimilabile al gas naturale di origine fossile: si ottiene così il biometano, che può essere immesso direttamente nella rete di distribuzione del gas già esistente e sfruttato per produrre energia elettrica e calore (sia per utenze domestiche che industriali) oppure come carburante per l’autotrazione.

L’energia prodotta è completamente rinnovabile e a impatto zero: il residuo della combustione del biometano, infatti, è essenzialmente costituito da acqua e anidride carbonica. La CO2 liquida prodotta nel processo di upgrading, inoltre, viene recuperata dal momento che presenta caratteristiche qualitative food grade che la rendono riutilizzabile per usi industriali – ad esempio per la carbonatazione delle bevande.

Una volta terminata la fase anaerobica può iniziare la seconda fase, quella del compostaggio aerobico. Al materiale risultante dalla fase precedente, detto digestato, vengono aggiunti scarti vegetali (sfalci e potature opportunamente triturati) provenienti dalla raccolta differenziata del verde con una tecnologia “a secco”, che ha il vantaggio di non produrre scarti liquidi da trattare o da smaltire.

Dopo la miscelazione prende il via il processo di stabilizzazione aerobica, effettuato in 20 biocelle (del volume utile di circa 650 metri cubi ciascuna) servite da areazione forzata, che porta alla degradazione della materia organica in ingresso grazie all’azione di una serie di microrganismi operanti in ambienti ricchi di ossigeno. Tutte le lavorazioni sono effettuate in ambienti confinati; l’aria, inoltre, viene trattata con scrubber (depuratore) e biofiltri per evitare cattivi odori o emissioni indesiderate ed è poi convogliata in condotte alte 25 metri per la diffusione in quota.

Sono tre le sottofasi di questo processo: nella fase mesofila i batteri avviano la degradazione di carboidrati, lipidi e proteine producendo anidride carbonica e acqua, oltre a provocare un rapido aumento della temperatura. Nella fase successiva, quella termofila, le temperature superano i 50 gradi: resistono solo i batteri termofili e si accelerano i fenomeni di biossidazione. Nell’ultima fase, quella della maturazione, intervengono funghi e attinomiceti che iniziano la degradazione della cellulosa e della lignina portando alla formazione di una famiglia di composti noti come humus.

L’attività di digestione aerobica ha una durata di circa due settimane: al termine il materiale viene vagliato e avviato all’area di maturazione, anche questa servita da ventilazione forzata, dove resterà per circa 46 giorni. Successivamente il prodotto viene ulteriormente raffinato – per separare ad esempio le frazioni più grossolane rimaste o eventuali materiali erroneamente conferiti nell’organico – affinché possa essere pronto per essere utilizzato come ammendante compostato misto, meglio noto come compost: ricco di nutrienti, può essere impiegato anche nell’agricoltura biologica ed è in grado di sostituire e integrare le concimazioni previste dalle coltivazioni più esigenti.

Gli scarti terminali del trattamento, costituiti da materiale non compostabile, sono infine inviati a recupero energetico o a smaltimento.

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Per maggiori informazioni sull’impianto di Gavassa è possibile consultare il sito www.irenforsu.com