Le democrazie non sono in crisi perché governano male, ma perché rappresentano peggio. La loro fragilità non nasce nei bilanci pubblici né nei rapporti di forza internazionali: nasce prima, nel punto in cui la delega smette di essere percepita come necessaria e legittima. La crisi è della rappresentanza, non dei governi.
Il modello pensato dalla Costituzione italiana — partiti come cinghia di trasmissione, voto come atto sovrano periodico, Parlamento come luogo della mediazione — ha smesso da tempo di produrre senso. Non è soltanto logoro: è fuori asse rispetto alla società che dovrebbe interpretare. Il voto, la preferenza, i manifesti, i seggi, il bicameralismo stesso appaiono ferrivecchi non per cattiva manutenzione, ma perché appartengono a un’altra antropologia.
La tecnologia ha compiuto la vera rivoluzione. Ha reso il mondo prossimo e l’individuo assoluto. Ha disgregato le appartenenze, alimentato l’ego, trasformato ogni soggetto in un produttore continuo di identità e giudizio. In questo nuovo ethos, le categorie politiche otto-novecentesche — partiti, ideologie, classi — sono strumenti spuntati. Continuare a brandirli non chiarisce: confonde.
Non sorprende allora il ritorno degli imperialismi e di una competizione sempre più tribale per il dominio. Ma il dominio oggi non riguarda solo gli altri: riguarda anzitutto se stessi. La politica si è spostata nel campo dell’identità, del riconoscimento, della sovranità individuale. Riappaiono domande elementari e radicali: chi sono io? E perché dovrei delegare ad altri il mio modo, per quanto illusorio, di essere e di vivere?
Qui si spezza il meccanismo rappresentativo. La rappresentanza presuppone un soggetto disposto alla mediazione, consapevole dei propri limiti. La cultura tecnologica alimenta l’opposto: l’illusione di una sovranità immediata e non delegabile. Non è una dittatura esterna, ma una seduzione interna.
Per questo non servono né nostalgia istituzionale né scorciatoie tecnocratiche. Occorre aggiornare le analisi e ripartire dai classici: coscienza e pensiero. Senza una nuova riflessione sul soggetto, ogni riforma resterà decorativa. La crisi delle democrazie non si risolve correggendo i meccanismi della delega, ma comprendendo perché sempre meno cittadini sentono il bisogno di delegare.






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