Riceviamo e pubblichiamo in versione integrale questo intervento di Claudio Guidetti, segretario provinciale di Azione Reggio Emilia e presidente regionale di Azione Emilia-Romagna.
Mi rivolgo alle istituzioni reggiane, al Comune di Reggio Emilia in primo luogo: abbiamo un problema con l’antisemitismo in questa città.
Lo chiedo il 7 ottobre, nell’anniversario del massacro compiuto nel 2023 dai terroristi di Hamas, assassini di israeliani e palestinesi, perché quanto accaduto a Reggio Emilia nell’ultimo anno impone almeno il coraggio di porsi questa domanda. E di farlo senza ambiguità.
Al Teatro Valli, Francesca Albanese, dopo avere ricevuto il Primo Tricolore, riservò parole che considero vergognose e umilianti nei confronti del sindaco Marco Massari, rimasto peraltro tra i pochissimi amministratori a conferirle un riconoscimento e successivamente confermarlo, sbagliando. A Modena il sindaco Massimo Mezzetti e a Bologna persino Matteo Lepore si sono gradualmente sfilati e hanno scelto diversamente.
Albanese, che va chiarito ogni volta, non è una funzionaria dell’Onu chiamata a rappresentarne imparzialmente l’istituzione ai massimi livelli, ma una relatrice speciale con un proprio mandato, parlando di Hamas disse che “non bisogna giustificarli, però capirli; chiedersi che cosa chiedono, che cosa vogliono”.
Capire chi ha massacrato, violentato e rapito uomini, donne e bambini innocenti a casa loro solo perché ebrei? Allora dovremmo “capire” anche il criminale di guerra Netanyahu e quel malvivente del suo ministro Ben-Gvir, che considero responsabili di una politica folle e di azioni violente, gravissime e inaccettabili? No. Non passa! Usiamo la ragione e manteniamo fermo un principio elementare: comprendere le ragioni di un conflitto non può mai trasformarsi nella “relativizzazione” morale del terrorismo o della violenza contro i civili. Quelle pronunciate al Valli furono, a mio giudizio, parole gravissime. E furono pronunciate nel teatro della città, con il massimo riconoscimento civico di Reggio Emilia appena ricevuto.
Poi è arrivato il caso Teva.
A Reggio è stato chiesto di interrompere i rapporti con la multinazionale farmaceutica israeliana. Il consiglio comunale ha respinto il boicottaggio, sostenuto anche dalla Camera del lavoro, ma ha approvato una campagna nelle farmacie per favorire un “consumo più consapevole” e proporre prodotti alternativi.
Uso da molti anni periodicamente un farmaco generico prodotto da Teva. Non ho alcuna vergogna a dirlo e non ho alcuna intenzione di cambiarlo per ragioni politiche. Un’azienda israeliana non può essere confusa con il governo pro tempore del proprio Paese. Trovo profondamente sbagliato che persino un medicinale possa diventare il bersaglio simbolico di una battaglia politica contro Israele.
Ora siamo arrivati al Centro internazionale Loris Malaguzzi.
Circa cento insegnanti ed educatori provenienti da scuole ebraiche, statunitensi e israeliane, erano attesi a Reggio Emilia per conoscere il nostro modello educativo. Dopo la splendida immagine internazionale regalata alla città dalla visita della principessa e futura regina d’Inghilterra Kate, una delle poche notizie capaci in questi mesi di proiettare Reggio positivamente nel mondo, rischiamo un’altra figuraccia internazionale.
Reggio Children ha chiarito che queste persone parteciperebbero a titolo personale e ha ricordato che il network ha sottoscritto una Carta che ripudia la guerra e la militarizzazione delle scuole. Eppure l’assessora Mahmoud, generalmente molto attenta e solerte quando si parla di discriminazioni, questa volta non ha fornito, a mio giudizio, una risposta politica altrettanto netta e chiara. Contro questa visita si è arrivati persino a manifestare dietro lo slogan “Fuori il sionismo dalle scuole”.
Qui occorre fermarsi.
Perché questa è una scorciatoia politica e morale che considero aberrante. Se quegli insegnanti ed educatori israeliani, americani ed ebrei condividono i princìpi di pace, dialogo e rifiuto della militarizzazione indicati da Reggio Children, sono benvenuti a Reggio Emilia oppure no? La risposta delle istituzioni non può essere evasiva.
E c’è un altro punto. Non può esserci credibilità politica nel predicare pace, dialogo e diplomazia e contemporaneamente mettere in scena la decapitazione simbolica della presidente del Consiglio.
A marzo, al Carnevale popolare organizzato da Casa Bettola, una ghigliottina di cartone fece cadere simbolicamente le sagome di Giorgia Meloni e di altri leader politici. Oggi la stessa Casa Bettola chiede di fermare la visita al Malaguzzi.
Conosco e rispetto due dei responsabili di Casa Bettola e non chiedo certamente loro di cambiare idee che non condivido. Chiedo però di riflettere. Chiedo maggiore equilibrio e responsabilità, perché la libertà politica che giustamente rivendichiamo per noi stessi deve essere riconosciuta anche agli altri e perché non si può invocare il dialogo scegliendo preventivamente con chi sia consentito dialogare.
E mentre il senatore del Partito Democratico Graziano Delrio racconta di aver ricevuto minacce per il suo impegno contro l’antisemitismo, troppe voci continuano a essere prudenti, esitanti o strategicamente elusive.
Devono parlare. E devono parlare forte. Devono anteporre il bene generale del nostro Paese e della nostra città a quello di parte politica a favore di una difficile coalizione da tenere insieme come il “campo largo”.
Reggio Emilia ha costruito nel mondo un’immagine fondata sull’educazione, sul dialogo, sui diritti e sulla pace. Ha investito moltissimo su questa identità, anche politicamente e amministrativamente pagando un prezzo su altri fronti rimasti secondari a fronte di questa priorità. Proprio per questo deve pretendere da sé stessa un rigore ancora maggiore.
Contestare duramente Netanyahu, Ben-Gvir e la ciurmaglia della maggioranza politica che governa oggi Israele è non soltanto legittimo: per molte delle scelte compiute in questi anni lo considero doveroso. Ma bisogna contemporaneamente affermare, senza esitazioni, il diritto di Israele a esistere e il diritto del popolo palestinese ad avere finalmente un proprio Stato, libero e sicuro.
Una cosa è giudicare e combattere politicamente un governo.
Un’altra è trasferire sistematicamente quella condanna su chi è israeliano, su chi è ebreo, su un’impresa perché israeliana o persino su chi insegna in una scuola ebraica negli Stati Uniti o in qualsiasi altro Paese.
È esattamente questo il confine che istituzioni, partiti, sindacati e associazioni devono avere il coraggio di riconoscere e di nominare.
Perché quando la responsabilità individuale viene sostituita dall’appartenenza nazionale, religiosa o culturale, si imbocca una strada pericolosa. E quando il metro di giudizio nei confronti di una persona diventa il suo essere israeliana o ebrea o palestinese o islamica, non stiamo più discutendo semplicemente delle politiche di un governo.
Il Centro Malaguzzi, soprattutto, non dovrebbe mai diventare il luogo nel quale si costruiscono nuovi muri. Dovrebbe essere esattamente il contrario: il luogo nel quale si insegna ad abbatterli.
Se cento educatori vengono a Reggio Emilia per conoscere un modello educativo che mette al centro i bambini, l’inclusione, il confronto e il dialogo, la risposta di questa città dovrebbe essere semplice: entrate, confrontiamoci e portate a casa strumenti di pace.
Perché Reggio Emilia deve essere un esempio e insegnare ad abbattere i muri, non ad alzarne di nuovi. Occorre un coraggio e una chiarezza degne della nostra storia.
È così che si difendono i nostri valori.
È così che si difende il nome di Reggio Emilia. È così che si alimenta la pace!






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