Dopo quattro anni di governo Meloni, “il tempo degli annunci è finito”, sentenzia Massimo Gazza, segretario provinciale del Partito Democratico di Reggio Emilia: “Non basta presentare una manovra da 26 miliardi e raccontarla come l’ennesimo successo. Bisogna avere il coraggio di guardare il Paese reale: una sanità pubblica sempre più in difficoltà, famiglie alle prese con il carovita, imprese che chiedono investimenti e giovani che non riescono a immaginare il proprio futuro”.
E l’ultima legge di bilancio di questa legislatura “non sembra in grado di cambiare le cose, a meno di non pensare che con una bella targa personalizzata la quarta settimana del mese ti diano la spesa gratis”, ironizza Gazza, con riferimento a una delle novità annunciate nei giorni scorsi dalla premier.
Per quanto riguarda la sanità, ricorda il segretario reggiano del Pd, “il governo rivendica 3,4 miliardi in più per il 2027, portando il Fondo sanitario nazionale a 146,3 miliardi. Ma una parte di queste risorse era già prevista e il problema non è soltanto quanto si stanzia, ma quanto quelle risorse valgono realmente. L’inflazione accumulata, l’aumento dei costi, la carenza di personale e l’invecchiamento della popolazione rischiano di assorbire gli incrementi senza migliorare i servizi. Si possono aumentare i finanziamenti sulla carta e lasciare i cittadini ad aspettare mesi per una visita”.
Ma c’è un’altra contraddizione che Gazza considera “particolarmente grave: il governo rivendica i risultati a Roma e rischia di lasciare il conto ai territori. Le Regioni hanno già richiamato l’attenzione sulla sostenibilità della spesa sanitaria, il cui peso sul Pil, a legislazione vigente, passerebbe dal 6,14% nel 2026 al 5,86% nel 2028. E quando i finanziamenti non tengono il passo dei bisogni, le difficoltà arrivano inevitabilmente anche ai Comuni. Sono i sindaci e le amministrazioni locali a incontrare ogni giorno le famiglie che non trovano assistenza per un anziano, le persone fragili, chi chiede servizi accessibili. Non possiamo pretendere che i territori rispondano a bisogni sempre maggiori senza offrire loro strumenti e risorse adeguati. L’autonomia dei Comuni non può diventare il nome elegante dell’abbandono da parte dello Stato”.
Anche sullo sviluppo economico, secondo Gazza, manca una prospettiva convincente: “La nostra provincia conta oltre 46.000 imprese attive ed esporta per circa 13 miliardi di euro. Siamo uno dei motori produttivi del Paese, ma anche un territorio esposto ai costi energetici, alla concorrenza internazionale e alle grandi trasformazioni tecnologiche. Le previsioni di assunzione per il trimestre luglio-settembre 2026 sono diminuite del 6,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un segnale che meriterebbe risposte strutturali. E invece continuiamo a discutere di incentivi e misure temporanee, mentre servirebbero una politica industriale, investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nella formazione. Non si difende il lavoro limitandosi a sostenere le imprese quando sono in difficoltà. Lo si difende creando le condizioni perché possano crescere”.
C’è poi il tema del carovita, “forse la misura più immediata della distanza tra i palazzi del governo e la vita quotidiana. Si annuncia un beneficio fiscale che può raggiungere i 500 euro all’anno per alcuni contribuenti. Ma che cosa cambia per chi guadagna meno, per chi ha figli, per chi deve pagare un affitto o un mutuo? Anche nel nostro territorio tante famiglie sono costrette a rivedere le proprie spese e a rinunciare a progetti. Servono salari più forti, servizi pubblici accessibili e interventi capaci di proteggere davvero il potere d’acquisto”.
Senza dimenticare la scuola: “È una delle grandi questioni che questa manovra continua a non mettere sufficientemente al centro. Intervenire sugli edifici è importante, ma non basta. La scuola ha bisogno di insegnanti, qualità educativa, diritto allo studio e investimenti per contrastare le disuguaglianze”.
Il problema di questa manovra di bilancio, secondo Gazza, “è dunque politico, prima ancora che economico. Sanità, scuola, imprese, salari, famiglie e amministrazioni locali non sono capitoli separati di un bilancio. Dopo quattro anni, il governo Meloni non può continuare a presentare ogni difficoltà come un’emergenza ereditata e ogni misura come un risultato storico. Quattro anni di questo strazio sono davvero troppi”.






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