L’entusiasmo per l’Indicazione geografica protetta dell’erbazzone reggiano è comprensibile, ma rischia di essere sovradimensionato. Il marchio europeo non è una bacchetta magica. È una cornice. Il valore economico arriva solo se dentro quella cornice c’è una filiera organizzata, capace di vendere, distribuire e raccontarsi.
Qui sta il primo nodo. L’erbazzone è un prodotto fortemente locale. Basta spostarsi di pochi chilometri perché cambi nome, identità, percezione. Non è un dettaglio folklorico. È un dato di mercato: la domanda non è ancora consolidata. E senza domanda ampia non c’è prezzo premium stabile.
I dati della Commissione Europea e dell’Ismea lo dicono chiaramente. Le Igp funzionano davvero quando esistono già brand forti, consorzi attivi e prodotti scalabili. Non basta il riconoscimento. Serve struttura. E oggi questa struttura, sull’erbazzone, è tutta da costruire.
C’è poi un limite tecnico. È un prodotto fresco, con shelf life ridotta. Questo rende difficile la distribuzione nazionale e quasi proibitiva quella internazionale. Senza logistica adeguata, i volumi restano locali. E i margini non crescono.
Il rischio è evidente. L’Igp può rafforzare l’identità e portare visibilità. Può aiutare il turismo gastronomico. Ma potrebbe incidere poco sui redditi reali dei produttori.
Per la politica locale è una vittoria simbolica. Per l’economia, è solo un punto di partenza. Senza consorzio forte, marketing e distribuzione, il marchio resta un’etichetta. Non un moltiplicatore.
La domanda vera, adesso, è semplice. Non se l’Igp sia giusta. Ma se esista un progetto industriale e commerciale capace di sostenerla. Perché un prodotto che cambia nome a 25 chilometri di distanza difficilmente conquista il mercato globale.






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