La risoluzione presentata in Regione Emilia-Romagna dalla consigliera reggiana del Partito Democratico Anna Fornili sul dialogo interreligioso, che vorrebbe impegnare la giunta de Pascale a “sostenere, in ogni sede opportuna, tutte le iniziative finalizzate a favorire lo sviluppo del dialogo tra le religioni, evidenziandone la funzione inclusiva quale base di democrazia, pluralismo e arricchimento reciproco nella costruzione di una convivenza pacifica, matura e positiva per le nostre comunità”, è l’ultimo terreno di scontro tra il Pd e Fratelli d’Italia.
Per il consigliere regionale reggiano di FdI Alessandro Aragona quello di Fornili “è un documento di cui non si capisce la ratio politica, che sfida la corretta applicazione del diritto italiano e che strumentalizza anche il contenuto giuridico dell’art. 8 della Costituzione, svuotando il principio di laicità dello Stato e impegnando fondi pubblici senza regole né controlli. Un testo che rappresenta ancora una volta il metodo strisciante con cui il Pd cerca di far prevalere la propria ideologia sulle regole democratiche e sul perimetro normativo del nostro Paese”.
Per Aragona “le affermazioni della premessa (vedi sotto, ndr) rendono pretestuoso l’intero documento, così come la citazione dell’art. 8 della Costituzione, perché a nessuna confessione religiosa in Italia è impedito di esistere e agire sul territorio nazionale, se ha firmato intese con lo Stato Italiano”.

Anzi, per il consigliere regionale di Fratelli d’Italia “proprio grazie a questi accordi bilaterali le diverse confessioni religiose sono libere di esistere e agire, nel rispetto della legge e della nostra democrazia. Ma la Fornili sembra dimenticarlo, cercando di mettere la Regione al di sopra dello Stato. Sul piano costituzionale, poi, il testo mostra una lacuna che non può essere ignorata. L’articolo 8 della Costituzione stabilisce che i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose acattoliche sono regolati per legge, sulla base di accordi stipulati con le rispettive rappresentanze. Non si tratta di una formalità burocratica: è una garanzia di trasparenza e di uguaglianza, che tutela sia lo Stato sia le stesse comunità religiose”.
Molte confessioni, ricorda Aragona, “hanno percorso questo cammino e oggi operano in un quadro giuridico definito e nel rispetto della legge italiana, che resta al di sopra di tutto. Altre non lo hanno fatto. E proprio qui cade la risoluzione della Fornili, che non specifica – forse volutamente – con chi verranno fatti accordi: impegnare la Regione in forme strutturate di coordinamento e collaborazione con comunità religiose che non hanno un’intesa con lo Stato significa bypassare un percorso che la Carta costituzionale ha voluto deliberato, parlamentare e pubblico. Le Regioni non hanno titolo per supplire a ciò che spetta al Parlamento nazionale. Farlo in via amministrativa, attraverso delibere di giunta o tavoli informali, non è dialogo: è un grave cortocircuito istituzionale e antidemocratico”
Il progetto della consigliera Fornili, sottolinea Aragona, “può tornare utile alle confessioni che non hanno un’intesa. E qui bisogna domandarsi: perché non l’hanno, visto che la condizione fondamentale per averla è l’adesione alle leggi e ai princìpi dello Stato italiano? Se la proposta Fornili serve ad aggirare gli accordi previsti dalla Costituzione, allora risultano ovvie le ragioni della nostra opposizione: perché si opera in modo da favorire l’affermazione in Italia di gruppi religiosi contrari alla nostra Costituzione”.
C’è poi un secondo profilo costituzionale “che la Fornili dimentica, nel suo non specificare con chi verranno fatte le intese”, aggiunge la consigliera comunale reggiana di Fratelli d’Italia Letizia Davoli: “E cioè il principio di laicità dello Stato, richiamato peraltro nella stessa risoluzione citando la sentenza 203/1989 della Corte costituzionale. Quella sentenza afferma che la laicità non significa indifferenza verso le religioni, ma garanzia che nessuna confessione possa condizionare l’ordinamento civile. Una Regione che struttura tavoli istituzionali privilegiati con soggetti religiosi selezionati discrezionalmente, senza un quadro normativo nazionale, non garantisce la laicità ma la erode, favorendo di fatto alcune comunità rispetto ad altre e introducendo un canale para-istituzionale privo di legittimazione democratica”.
Inoltre, evidenzia ancora Davoli, la risoluzione “non prevede alcun criterio di distinzione tra chi accetta pienamente la prevalenza della legge italiana e dell’ordinamento repubblicano e chi invece propone visioni alternative su diritti fondamentali. La vera coesione sociale si costruisce attraverso l’integrazione nella comunità nazionale e il rispetto comune delle regole della Repubblica, non su corsie preferenziali gestite discrezionalmente e ideologicamente dalla politica regionale fuori dal perimetro Costituzionale, che resta al di sopra di tutto”.
Sul piano della trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche, poi, aggiunge la consigliera reggiana, “il testo lascia aperte domande fondamentali a cui i cittadini hanno diritto di risposta. La risoluzione impegna la giunta a sostenere, coordinare e valorizzare le comunità religiose del territorio, ma non indica quali fondi pubblici verranno stanziati, con quali criteri verranno selezionati i soggetti beneficiari, né attraverso quali strumenti di controllo e rendicontazione opereranno questi nuovi tavoli istituzionali. In un contesto in cui i cittadini hanno diritto al rendiconto di ogni euro speso dall’amministrazione pubblica, la vaghezza non è un dettaglio stilistico: è un problema politico. Risorse pubbliche destinate a soggetti religiosi senza un quadro giuridico di riferimento – come l’intesa prevista dall’art. 8 della Costituzione – e senza criteri oggettivi di selezione espongono l’amministrazione al rischio concreto di arbitrio e disparità di trattamento. Chi decide chi siede al tavolo? Con quale mandato? Con quale controllo del consiglio regionale?”
Fratelli d’Italia, conclude Aragona, “difende la libertà religiosa come diritto individuale sancito dalla Costituzione. Ma il dialogo non può essere un’operazione di facciata, né può prescindere da regole uguali per tutti. Chiediamo alla giunta di chiarire, prima di procedere: quali soggetti religiosi saranno coinvolti, se abbiano o meno un’intesa con lo Stato ai sensi dell’art. 8 della Costituzione, con quale base giuridica opereranno e attraverso quale forma di controllo democratico”.






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