Carla Rinaldi: “È sul possibile la grande scommessa”. L’ultima intervista per Tuttoreggio

Carla Rinaldi e Nicola Fangareggi

di Sara di Antonio

 

Lo scorso novembre Carla Rinaldi, figura pubblica di altissimo livello, ha dialogato con il direttore Nicola Fangareggi sul valore dell’educare e dell’educarsi – scopriremo che è un verbo riflessivo. Riportiamo qui la loro conversazione, per seguire il cammino che partì da Loris Malaguzzi ma che oggi, grazie all’intelligenza e all’apertura mentale della presidente della Fondazione Reggio Children, sempre di più è capace di guardare al futuro.

A quanto mi pare di aver capito, questa sua attenzione rivolta ai processi formativi nel mondo contemporaneo e lo sguardo volto alle nuove generazioni, in rapporto all’eccezionale esperienza di Reggio, capitale mondiale dell’educazione, nasce da una stagione novecentesca fortemente connotata da visioni del mondo ambiziose e dense di contenuti. Oggi è passato quasi un secolo, o comunque molti decenni, e siamo in una fase completamente diversa. Quindi quello che mi piacerebbe sapere è: qual è la sua visione di questo scenario?
Credo che, tra le tante, la cosa forse più ricca che questa esperienza ci lascia è quella che Malaguzzi definiva “la nostalgia del futuro”: educare. Perché soprattutto educare nuove generazioni significa costruire e immaginare con loro scenari futuri. La parola “futuro” contiene anche la parola “paura”, come su tutto, su ogni incognita. Ma l’uomo è tale: l’umanità è ancora presente proprio perché è riuscita a vincere questa istintiva paura verso un incognito. Sicuramente gli scenari di oggi appaiono – e sono – molto più fragili di quelli che hanno caratterizzato gli anni delle certezze che erano convinte di essere certe. Adesso viviamo un’epoca dove, più chiaramente che nel passato, dobbiamo gestire l’incertezza. L’incertezza non è fragilità, ma apre anche delle possibilità, come l’intelligenza artificiale, o il rapporto con la natura: ha oggi molti rischi, ma anche la possibilità intrinseca di essere reinventata. E credo che ci siano delle tracce nei Millennial che ci lasciano sperare: un’umanità che ha il coraggio di educarsi diversamente, non solo di essere educata, perché educare è un’azione riflessiva. E questa forza del cambiamento, quella della possibilità anche di inventarsi il mondo, deve, a mio avviso, avere il sopravvento soprattutto su chi educa, come nel mio caso, il bambino piccolo – ma anche giovane, l’adolescente.

Però lei è partita da Reggio, e con “lei” intendo Loris Malaguzzi e l’insegnamento intorno che oggi opera in tutto il mondo. Quando parliamo di educazione, voi avete iniziato a pensare all’educazione nell’Italia poco dopo il secondo dopoguerra, comunque in Occidente, comunque in Europa; ma lei d’altra parte ha conosciuto bene, e da vicino, i continenti mondiali. Allora mi chiedo, e le chiedo: che cosa significa educare in Italia, in Emilia-Romagna, in una media città di provincia? Ci sono formule che possono valere dappertutto, e ci sono adeguamenti che bisogna fare in base al contesto?
Sottolineando quello che lei ha intuìto, e cioè che io mi sento una interprete, per non dire uno strumento, e che la storia mi ha concesso di essere in tale esperienza, credo che quest’ultima abbia interpretato, quasi intuitivamente, quello che sarebbe diventato il tema del locale-globale. Ci sono alcuni elementi che caratterizzano l’uomo, l’essere umano, la donna, complessivamente il vivente. E però torniamo all’essere umano in quella che noi abbiamo definito – grazie anche a Loris Malaguzzi e altri maestri che ci hanno affiancato – come l’essenza migliore dell’essere umano: il bambino. Quella è stata la rivoluzione pedagogica, ma anche culturale e politica. E questo approccio, e non a caso qui uso la parola “approccio”, ha portato lo sguardo sul bambino e sull’essere umano: per non guardarlo più per ciò che non ha e ciò che non è, quando nasce. E non per notare l’elenco delle cose che non sa fare, ma per guardarlo per quello che è, che sa fare e che potrebbe fare. È sul possibile la grande scommessa! Ma questo sguardo ha un valore anche amoroso, affettuoso, di rispetto. Questa pedagogia, che parte da tale sguardo, è consapevole di dover supportare questo bambino, che può essere anche un adolescente, che può essere anche un adulto, nel costruire relazioni positive con il contesto, anche in crisi: a Reggio, nella provincia, in Italia, nel mondo.

Apertura anno scolastico 1985 – Benassi, Borghi, Bertani, Malaguzzi, Rinaldi, Bonilauri © Scuole e Nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di Reggio Emilia

Sono appena tornati dei colleghi dal Sudafrica, dove lo sguardo viene provocato da elementi apparentemente molto distanti. Però, anche lì, c’è l’uomo: e in relazione a quel contesto, è un approccio alla mia vita, alla ricerca del senso della vita che però è lì, locale, e che ha il coraggio di confrontarsi, perché ci vuole il coraggio, cercando di migliorarsi, migliorando quindi il lato educativo. Non è dall’alto, ma piuttosto dal basso che l’educazione si allarga non solo nel senso verticale, ma anche in senso orizzontale. Sono convinta di questo approccio: è più che mai nella relazione con gli altri e con l’altro che ci si costruisce un’identità.

Una riflessione molto profonda. Ho una domanda che riguarda il suo punto di vista sul fenomeno della denatalità italiana. In una visione storica, nel secondo dopoguerra, negli anni della crescita economica, del cosiddetto “miracolo italiano”, si sono registrati gli anni del boom anche delle nascite, di cui io stesso faccio parte. Poi questo Paese, curiosamente, da una ventina d’anni è l’ultimo in termini di procreazione. Perché, dal suo punto di vista?
Mi sono interrogata tanto su questa questione. Le risposte possono essere anche banali, ma vere. Sicuramente, la cultura, parliamo degli anni Ottanta e Novanta. La cultura dell’avere più che dell’essere. La cultura del possesso. Di un ego che esiste e si nutre di sé stesso e non della relazione con l’altro; e del figlio che toglie più che dare. E un’immagine, quindi, di bambino che purtroppo è diventata pervasiva nella società. In generale, è un bambino a cui si deve tanto, ma da cui si può apprendere tanto, con cui si può crescere, contemporaneamente. Aggiungo, forse, anche un timore di inadeguatezza. Siamo tutti cresciuti, in genere, più soli, con pochi fratelli, poche famiglie allargate, nel senso più tradizionale del termine. L’esercizio alla fratellanza, ad esempio, è un esercizio privato che è quasi scomparso. E sono sempre più, dai più anni, i figli unici, rari persino i cugini e rari i momenti del convivio. Non credo perciò che ci sia un solo elemento, se non quello di ordine politico, che ha fatto diventare assolutamente più egoisti, con un ego che non nasce nella relazione con l’altro.

Io veramente non riesco a pensarmi, se non in relazione. E quindi faccio fatica a pensare a un ego che non si nutre anche del benessere dell’altro. Sono tutti questi elementi: forse parlandone con lei ne verrebbero fuori altri, mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensa. Mi paiono comunque, in modo complementare, finalizzati a creare un’area di conforto personale dove ci stiamo tutti drammaticamente chiudendo. E sia chiaro, non ne sto criticando le ragioni, sto cercando di comprenderle, però non riesco a condividerle. Ma voglio capire, per essere contemporanea e soprattutto per essere un educatore del futuro. Detto questo, mi confortano i Millennial, alcuni così criticati: perché, anche con le loro negatività, sono più capaci di guardare con occhi diversi, sono forse meno avviati al possesso e più rivolti all’ambiente, alla relazione, alla spiritualità. Questo è essenziale.

Parla di spiritualità rifacendosi a un modello religioso di spiritualità, o più che altro a un atteggiamento interiore che preveda un rapporto con un’alterità, quale che essa sia?
C’è una storica ricerca che dovremmo riprendere sulla spiritualità dei bimbi piccoli (“L’educazione religiosa e l’educazione dei bambini”, Coordinamento pedagogico didattico delle scuole comunali dell’infanzia di Reggio Emilia – Comune di Reggio Emilia, assessorato ai servizi sociali, 1977). Anche loro ne hanno bisogno, per quello che è naturale nell’essere umano, poiché l’elemento che lo rende umano è la ricerca del senso della vita. Sono i perché, i famosi perché infastidenti dei bambini: “Perché, perché?”. In questo “perché” c’è la ricerca non solo di una risposta, ma la ricerca stessa di qualcosa che va oltre. Il perché dei bambini a cui non diamo risposta, o che respingiamo drammaticamente invece di aiutarli a coltivare questa attitudine, contiene in sé il futuro: coltivare l’attitudine al perché, che contiene la spiritualità. La ricerca è proprio ciò che ci porta dalla filosofia alla religione, ma l’uomo è questo, e anche molto di più. Ma è essenzialmente questo, la sua essenza: trovare il senso della vita. L’immagine del bambino nel momento in cui punta il dito, indicando qualcosa, che chiede: “Chi sei tu? Cosa vuoi?” – e l’abbiamo trovata in tutte le culture. Tutte le culture sanno perché accade, cosa vuole il bambino. Davvero è straordinario.

Nel film “La grande bellezza”, Jep Gambardella (Toni Servillo) afferma questa cosa molto cinica, però anche molto autentica: “La più consistente scoperta che ho fatto, pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”. Allora su questo mi piacerebbe cercare di chiudere la nostra conversazione. Per ciò che mi concerne, è un tema assolutamente centrale anche nelle mie scelte personali: ho ripreso a studiare filosofia, quindi sono di nuovo una matricola, ma di sessant’anni. Semplicemente perché mi annoio a fare altro. Insomma, è una scelta molto egoistica; ma in questo racchiudersi del tempo che si ha davanti, secondo lei è possibile trovare non voglio dire solo quell’interesse, ma anche quel senso esistenziale di poter essere collaborativi verso le nuove generazioni, cioè rappresentare in qualche modo un piccolo seme per chi ha la vita in mano davanti? Oppure la vecchiaia è soltanto un’esperienza fisica priva di significato?
È ovviamente una domanda che mi appartiene. Ma spero di essere chiara e non equivocata come portatrice di una follia. Io mi trovo spesso a camminare al mattino mentre vengo qua in Fondazione, e in certe giornate, molto spesso, a ringraziare la vita. Perché ci sono, perché la vita è vita finché esiste. E, forse, oltre. Io mi ribello, ho insegnato ai miei nipoti che ci sono i piccoli grandi, i super-grandi e i super-super-grandi: io sono una “super-super-grande”, non sono una vecchia. Non si invecchia: la vecchiaia è un fatto cronologico e basta. Poi metti la fortuna di non avere malattie importanti, e questa è una grande fortuna, però la malattia purtroppo può colpire a qualunque età. È vero che a questa età si concentrano, così come è vero che mi sembra di camminare in un campo minato, dove vedo troppi amici che vengono colpiti da bombe. È vero. Ma, anche per loro, mi sento in dovere di correre. Non corro, ma corro mentalmente, corro verso di te. Ho sempre due canzoni in testa che mi accompagnano: una è “La vie en rose” di Édith Piaf, e l’altra è “Grazie alla vita”, la versione italiana (interpretata da Gabriella Ferri) di “Gracias a la vida” di Violeta Parra.

 

(tratto da Tuttoreggio N.4 – autunno 2024)

The LEGO Idea Prize 2015 – Carla Rinaldi con Kjeld Kirk Kristiansen