Anarchia al podere: i Cervi, i gap, i fascisti e la legge del taglione. Come il Pci creò il mito

cervi

di Ferruccio Del Bue

Poco dopo l’8 settembre del 1943 e la fondazione del Comitato di liberazione provinciale di Reggio Emilia, iniziarono anche le prime azioni partigiane, quelle messe in atto da alcune cellule gappiste in pianura, e da qualche altro sporadico gruppo slegato che operava sull’Appennino, fra i quali si distingueva quello composto dai Cervi.

La squadra dei fratelli Cervi fu un’avanguardia nella guerra di liberazione, si trovò in montagna in anticipo rispetto alla formazione delle Sap (Squadre d’azione patriottica) e anche prima che in pianura si strutturassero e colpissero i Gap (Gruppi d’azione patriottica).
Così definiva il gruppo Aldo Cervi: “Siamo una pattuglia avanzata della grande armata di liberazione”.

Mentre il Cln a Reggio Emilia era ancora in fase di gestazione e l’organizzazione militare antifascista stentava a prendere forma (rallentata dal dibattito tra i partiti divisi fra attivisti, attendisti e pacifisti), per ordine di chi agiva la formazione originaria di Campegine?

Nel 1979, quando il Pci aveva già creato e consolidato il mito dei martiri della resistenza, Osvaldo Poppi, reggiano, campagnolo di Villa San Bartolomeo, un passato da ufficiale nella milizia (fu istruttore alla scuola ex Gil di viale Magenta), la crisi e il salto con i comunisti nel ruolo di infiltrato, poi l’arresto della polizia fascista durante la cospirazione in una casa della sua stessa frazione (la retata partì da una moglie gelosa, la quale sospettava ben altro che la congiura da parte del marito), la galera, e infine la lotta partigiana da comandante con il nome di Davide, definì la formazione dei Cervi “una squadra di anarchici”.
Digressione inedita: nella stessa retata, avvenuta nel 1939 a Villa San Bartolomeo, fu arrestato anche il militante comunista di Baragalla, Sereno Montanari (padre di Fabrizio Montanari, socialista, cooperatore, giornalista e storico reggiano), il quale fu accusato di cospirazione contro il regime e per questo scontò 1 anno di carcere e poi un altro di confino in Calabria (2 anni gli furono invece condonati). Con Sereno Montanari, inoltre, fu fermato anche Walter Sacchetti, poi partigiano, nel dopoguerra senatore del Pci, imprenditore a capo delle Cantine Riunite e presidente della Reggiana Calcio fino al 1993 in serie A.

Al centro il comandante Osvaldo Poppi (Davide)

Tornando alla vicenda di Poppi e l’anarchia, questa emerge da un libro-intervista dello storico Luciano Casali (Modena – Anpi 1979) al partigiano Davide, il quale nei primi mesi dopo l’armistizio fu uno dei triumviri a capo del Comitato militare del Partito comunista reggiano.
Il comandante spiegò che la formazione promossa e condotta dai “fratelli Cervi, la prima squadra costituita in tutta l’Emilia-Romagna (forse al pari del gruppo di Giovanni Rossi da Sassuolo, 31enne, ruvido e barbuto operaio agricolo, ammazzato nel sonno una notte del 28 febbraio del 1944 a Monterotondo dai suoi stessi compagni, perché non rispondeva agli ordini dei comunisti, come raccontò il partigiano bianco modenese, Ermanno Gorrieri) rifuggiva da ogni disciplina e da ogni controllo di un comando generale. In altre parole era una formazione a carattere anarchico”.

L’intervistatore Casali, cogliendo la portata di quella rivelazione, mise sull’avviso il lettore: “Siamo certi che alcune osservazioni troveranno particolare attenzione e solleveranno critiche, dal momento che rappresentano un’interpretazione nettamente contrastante con quella che la tradizione (o almeno la retorica) hanno ormai trasformato in verità”.

Poi l’autore incalzò più a fondo Osvaldo Poppi, e gli chiese: “Tu insisti nel definire Aldo Cervi un anarchico. Non sapevi che aveva aderito al Partito comunista fin dal 1933?”.

Il partigiano Davide, che con Gismondo Veroni (Tito) e Alcide Leonardi (D’Alberto) fece parte del triumvirato del Comitato militare del Partito comunista di Reggio Emilia, e che già l’11 settembre del 1943 era alla Vasca dei Corbelli di Villa Rivalta a organizzare le prime sortite partigiane, rivelò sorprendentemente di non essere stato a conoscenza del passato antifascista dei Cervi, e in particolare di quello di Aldo, il capo (noto come Gino): “Io non sapevo nulla. Riferisco le dichiarazioni che lui mi fece e che coincidevano con il suo comportamento. A quanto dicono tutti i compagni che hanno partecipato alla lotta sin dall’inizio, i Cervi agivano al di fuori di ogni regola e cautela cospirativa”.

Gismondo Veroni (Tito)

Il libro di Casali fece molto rumore, tanto che in risposta al suo ne vennero scritti altri per confutare la tesi di Poppi, e dimostrate che, al contrario, la squadra comandata da Aldo (Gino) Cervi non era affatto anarchica, ma formata da comunisti perfettamente allineati con la politica del Partito.

La vicenda fu rilevante. Vi era chi sosteneva che fra i Cervi e i dirigenti del Partito comunista reggiano, già dall’inizio dell’ottobre del 1943, non corresse buon sangue. Il Pci fin da subito si era schierato contro l’attendismo, ma nei fatti i capi faticavano a controllare chi mordeva il freno e aveva già cominciato a muoversi sul campo. Fra questi vi erano i fratelli di Campegine.

Che i Cervi fossero gente decisa a pensare con la propria testa e poco incline a osservare gli ordini imposti dall’alto, che sembra un po’ la traduzione dal dialetto all’italiano di quella definizione “anarchici” data da Poppi (vale a dire: originél, originali, fuori dagli schemi, che fanno di testa loro), è presumibilmente vero.

Per esempio, il vecchio Alcide Cervi era stato il segretario della sezione dei popolari di Campegine, ma poi deluso da quel Partito ebbe a confidare al prevosto: “Io ho preso la tessera perché ero cristiano e leggevo tutti i giorni il Vangelo, ma mi avete fregato con quella parola, popolare. Pensavo voleste mettere assieme tutto il popolo e invece siete i dugaroli (manodopera) della chiesa”.

Più che seguire i dettami dell’ideologia, i Cervi (che miscelavano due fedi: quella cattolica e religiosa e quella umanitaria e socialista) erano semmai sensibili agli umori di chi si sente vicino ai bisogni della gente, come si può interpretare da un pensiero sempre attribuito a papà Alcide: “Cristo e la chiesa non erano esattamente la stessa cosa. Cristo erano i poveri, erano i contadini che volevano giustizia. Del resto noi reggiani non chiamavamo Prampolini il Cristo dei poveri? Eppure egli non era certo un uomo della chiesa”.

Tornando ai rapporti che intercorrevano tra i Cervi e il Pci reggiano, Liano Fanti, nel libro “Una storia di campagna”, spiega che, a fine settembre ’43, Didimo Ferrari, il capo dei comunisti di Campegine (poi figura di spicco della resistenza, con il duplice ruolo di comandante partigiano (Eros) e commissario politico delle brigate Garibaldi con il nome Duri, accompagnato da Gismondo Veroni (Tito), si affacciò sull’aia della famiglia contadina chiedendo di Aldo.

Didimo Ferrari “Eros” (a sinistra, sigaretta in bocca), ascolta Walter Audisio, “Colonnello Valerio”, mentre parla al pubblico a Reggio Emilia nel 1947 (foto de L’Unità)

Ma nella casa colonica, i due capi comunisti, non trovarono Aldo e neppure gli altri fratelli, solo Gelindo era rimasto, e questi li informò che la squadra era partita per la montagna. La notizia non fu presa bene da Eros e Tito, tanto che ne nacque una discussione dai toni accesi.

Il gruppo dei 7 fratelli, e con loro altri combattenti, tra i 20 e i 30 di varie nazionalità (russi, inglesi, sudafricani e altri ancora, compresi il burattinaio di origini mantovane Otello Sarzi Madidini, il partigiano calabrese, ex campagna di Russia, Dante Castellucci e il giovane Quarto Camurri), gli ultimi giorni di settembre, partì dalla Bassa reggiana, e, dopo una transumanza alla rovescia, chi con il carro a trazione animale, chi in sella a una bicicletta, risalì la Val d’Enza fino a Vetto, scollinò lo Sparavalle, e scese a Cervarezza, paesino sulla direttrice del Passo del Cerreto, zona strategica viva e rischiosa in quel momento, in modo particolare per gli spostamenti dell’esercito tedesco.

Alcuni giorni dopo, pure loro in bicicletta, anche Gismondo Veroni (Tito) e Osvaldo Poppi (Davide), cioè due membri su tre del Comitato militare comunista, partirono la mattina presto da Reggio Emilia per Casina, attraversarono Castelnovo Monti, per arrivare nel primo pomeriggio a Cervarezza. Una volta lì, i due capi partigiani, tramite il compagno Otello Salsi (poi comandante in Val d’Enza), raggiunsero la casa dei Cervi. E fu allora che i fratelli comunicarono ai dirigenti del Pci che, col manipolo di uomini al fianco, avrebbero difeso il paese dall’invasore nazifascista.
Veroni e Poppi si opposero, sostenendo che, una “lotta di posizione per difendere il paese, era un’assurdità”. Al contrario la guerra partigiana doveva essere condotta “a colpi di mano”, con “attacchi a sorpresa”. Per di più tali iniziative avrebbero certamente rallentato e reso più difficoltose anche le azioni in pianura, prioritarie, e già programmate dai neonati gap.
La discussione si infiammò fino al punto che un sudafricano della squadra di Campegine estrasse la rivoltella.

Al termine del concitato incontro, i due comunisti, per nulla certi di avere convinto i Cervi a ritornare a casa, informarono del fatto Alcide Leonardi (D’Alberto) e Attilio Gombia (Ascanio). La situazione si sbloccò. Anche se la formazione, prima di riprendere la via della Bassa, compì un’azione non concordata, prendendo in ostaggio 2 carabinieri a Puccione, per poi mettere a segno un blitz nella caserma dei carabinieri di Toano.
Correva il 26 ottobre del 1943. Dopo quel colpo, la squadra si diresse prima a Ligonchio e Primaore e poi verso Villa Minozzo e sul Monte Prampa, per sostare nella canonica di Tapignola, dove il gruppo fu accolto da don Pasquino Borghi. E il prete, sensibile ai partigiani, fu un padrone di casa premuroso, tanto che la sera lo sentiva intonare con l’organo il motivo di Bandiera Rossa.

Funzione alla chiesa di Tapignola sul Monte Prampa, Villa Minozzo

Trascorsero quattro o cinque giorni e i Cervi scesero dal Prampa per fare ritorno ai Campi Rossi. Ma l’accusa di anarchia nei confronti dei fratelli non venne accantonata dal Partito, e non decadde.
Fausto Pattacini (Fiorello-Sintoni), allora semplice gappista, in seguito commissario politico della 37esima Gap e comandante della Prima divisione del Corpo d’Armata Centro Emilia, poi del Distaccamento Fratelli Cervi (quel Sintoùn – raccontava in dialetto il segretario del Pci negli anni Ottanta, Vincenzo Bertolini – che si aggirava silenzioso nelle stanze della federazione di via Toschi e col suo sguardo severo metteva in soggezione i giovani compagni), spiegò: “Io venni addirittura mandato a casa dei Cervi per un paio di settimane, in ottobre, per indagare proprio su quella questione. Fu Leonardi a mandarmici”. Poi aggiunse: “Ancora una cosa. In montagna mi si voleva impedire di intestare il distaccamento ai fratelli Cervi”.

Quel periodo coincise anche con l’inizio delle operazioni dei gap. I gappisti furono reclutati tra i giovani dotati di grande forza d’animo, lo racconta lo stesso Osvaldo Poppi. Essi avevano il compito di soppiantare nell’azione i vecchi compagni, in grave difficoltà nel seguire la strategia delle uccisioni a freddo. Al contrario delle Sap (più eterogenee nella composizione politica), i gap erano composti quasi al 100% da partigiani comunisti. Ecco perché ci fu chi ravvisò in questi gruppi una connotazione ambigua e potenzialmente funzionale alla cosiddetta doppia linea del Pci. Se una prima via era tattica: raggiungere l’accordo con le altre forze antifasciste per distruggere il fascismo e cacciare i tedeschi, la seconda era strategica: giungere all’instaurazione della dittatura del proletariato. E per fare questo sarebbe servito un esercito rosso.

Tuttavia, ancora ai primi passi, i gappisti sembravano cavalieri e giustizieri della notte. Apparivano a cavalcioni del sellino della bicicletta, col revolver alla cintola, stretti nei paltò, spuntando all’improvviso dalla bruma autunnale che saliva vaporosa dalla campagna, colpivano, e poi di nuovo sparivano, avvolti nell’oscurità.

La fitta nebbia che avvolge le città e la campagna della Pianura padana

Il 16 ottobre fu ucciso un fascista a Villa Gazzata, qualcuno parlò di primo colpo gappista, ma probabilmente si trattò di un regolamento di conti interno al nuovo partito del duce. In molti ora volevano prendere le distanze dal ventennio e il risentimento verso chi se ne andava, a volte, sconfinò nella vendetta personale.
Il 6 novembre, invece, fu proprio la formazione dei fratelli Cervi che, sulla scia del colpo di Toano, attaccò la caserma dei carabinieri di San Martino in Rio. Nessuno rimase ferito.

La prima importante azione dei gap si consumò il 13 di novembre del 1943. Il bersaglio dell’attentato fu il reggente provinciale del Partito fascista, l’avvocato Giuseppe Scolari, nominato commissario della federazione repubblicana il 3 ottobre precedente. L’auto sulla quale viaggiava il gerarca, venne bloccata dai partigiani a pochi chilometri dalle porte di Reggio Emilia. Ma “la vile imboscata”, così titolò il giorno dopo il Solco Fascista, andò in fumo.

Tuttavia, lo scampato attentato di cui fu vittima Giuseppe Scolari, suscitò allarme negli ambienti repubblicani. Per i fascisti era la riprova del fatto che i partigiani si stavano davvero organizzando, e che ormai, in un regime sempre più scricchiolante, la sicurezza personale si andava via-via trasformando in mera utopia. Il coprifuoco fu portato dalle 23 alle 21, mentre il prefetto Enzo Savorgnan di Brazzà, conte di Montaspro, già segretario del fascio di Pola e Verona, fece affiggere sui muri di Reggio Emilia un manifesto nel quale si specificava che, se gli agguati avessero avuto conseguenze mortali, allora i responsabili sarebbero stati passati per le armi.

Dell’attentato a Giuseppe Scolari si parlò anche molti anni dopo, quando Gismondo Veroni (Tito), comandante gappista, scrisse che l’attacco al fascista l’aveva studiato lui stesso (con l’aiuto di Fausto Pattacini, Sintoni), ma che poi, un altro comandante comunista, Alcide Leonardi (D’Alberto), decise di affidare la missione ai Cervi, i quali fallirono nell’eliminazione dell’obiettivo.

Fu allora che Veroni, in un rapporto inviato alla federazione reggiana del Pci, riferendosi ai Cervi, scrisse: “Io decisi in accordo con il Triangolo (Leonardi e Poppi) di staccare questo gruppo dal rimanente dei compagni di quella zona, perché prevedevo la loro caduta”. E da quel momento si parlò anche di un ordine del Comitato militare del Pci, avallato dalla federazione del Partito, di isolare il gruppo dei Cervi.
Nella lettera della famiglia Cervi all’Anpi, pubblicata da Aldo Ferretti, si legge: “Negli ultimi 40 giorni della loro attività, i nostri familiari sono stati oggetto di una diffida da parte di un gruppo di dirigenti del Movimento clandestino reggiano. Sembra anche che fosse stata diramata una circolare che invitava i compagni a non frequentare più la nostra casa”.

Il 14 dicembre del ’43 i gappisti bucarono un’altra volta la notte a Corte Tegge di Cavriago, dove aprirono il fuoco sul primo seniore della milizia, Giovanni Fagiani. Fu un commando di partigiani che sparò per eliminare l’esponente fascista, in quel momento in compagnia della figlia 16enne. La ragazza tentò di difendere il padre, ma fu colpita da più proiettili e rimase gravemente ferita.

Il vescovo di Reggio Emilia e Guastalla Edoardo Brettoni, regolarmente informato da don Prospero Simonelli sulla politica del Cln, dopo l’uccisione di Fagiani, inviò un telegramma al comandante della 79esima legione della Gnr (Guardia nazionale repubblicana), dicendosi “profondamente commosso per l’efferato delitto”.
Come riportò in un libro (Il partigiano Dossetti) Salvatore Fangareggi, anche Giuseppe Dossetti condannò l’omicidio di Giovanni Fagiani. Il futuro leader della sinistra democristiana non era d’accordo con la “metodologia dello spara e fuggi”, e, per questo motivo, “fu in dissenso con gli esponenti comunisti di Cavriago”.

Giuseppe Dossetti, partigiano e poi leader della Dc

D’altronde, ricorda Fangareggi, Dossetti aveva già avuto modo di esprimersi sul ruolo dei cattolici nella resistenza, che doveva “intendersi solo come operazioni di tipo bellico, non come esecuzioni capitali inutili”, nè tantomeno come “vendette sanguinose”.

Che nel campo antifascista non vi fosse un sentire comune sugli attentati contro le singole persone, fu evidente sin da subito. All’interno del Comitato di liberazione reggiano, i cattolici si erano detti contrari a quel tipo di azioni, come sostennero Pasquale Marconi e don Prospero Simonelli. I fratelli Giuseppe ed Ermanno Dossetti, poi, seppure fossero portatori dell’idea di costruire un movimento attivo, furono d’accordo con gli amici democristiani e non giustificarono mai la strategia delle uccisioni a freddo nella lotta armata. Anzi, diffidarono gli altri dal farlo, e, a volte, condannarono in modo molto duro gli stessi attentatori.

Si potrebbe obiettare, ma cosa volevano fare i cattolici in questa prima tappa di avvicinamento alla resistenza? Forse, in riferimento ad azioni di tipo strettamente militare, assolutamente nulla. Erano ancora schierati su posizioni più attendiste rispetto a quelle degli altri partiti che facevano parte del Cln, e in ogni caso sempre contrari agli attentati personali.
Don Prospero Simonelli, aspettando che nella primavera si organizzassero le formazioni della montagna, durante le riunioni dei Comitati di liberazione, parlò di azioni di sabotaggio contro il nemico, di ricerca dei mezzi economici che dovevano servire per finanziare il movimento dei resistenti, di contatti con gli alleati e di accoglienza da parte dei parroci e dei cattolici ai prigionieri che erano riusciti a scappare dai fascisti. Questa, in sintesi, era linea democristiana.

Il dibattito sull’uso dei gap si fece più duro allorquando, sulla scia degli attentati gappisti, si innescò la rappresaglia fascista. Il 25 novembre del 1943, l’assalto alla casa colonica dei Cervi, fu originato dal sospetto, peraltro fondato, che nella corte contadina trovassero rifugio altri combattenti, italiani e stranieri, che erano stati prigionieri di guerra. I fascisti, convenuti in forze alle 5 della mattina, al comando dell’ufficiale Pilati, accerchiarono la casa e vi appiccarono il fuoco. I sette fratelli, assieme al padre Alcide, vennero arrestati e imprigionati nelle carceri cittadine dei Servi, più volte interrogati, picchiati e torturati, infine spostati nella prigione di San Tommaso.

La famiglia Cervi

La prigionia durò per 33 giorni, fino a quando i gappisti freddarono tale Davide Onfiani, il segretario comunale di Bagnolo in Piano, il quale non possedeva neppure la tessera del partito fascista repubblicano. Era il 27 dicembre, quando, alla stazione di Bagnolo, non si sa bene per mano di quanti, forse si trattò di un uomo solo, Onfiani, che aspettava il treno per Correggio, comune nel quale risiedeva con la famiglia, venne centrato dal colpo che lo fece crollare bocconi sul binario. Tanto era periferica la vittima prescelta nella mappa gerarchica del fascismo locale, che in molti, appresa la notizia, ipotizzarono che l’omicidio fosse stato dettato da uno scambio di persona.

I gerarchi provinciali, saputo del morto, si diedero appuntamento nel Municipio del reggiano, nella stessa sala in cui era esposta la salma. Tra gli altri, parteciparono alla riunione Enzo Savorgnan, capo della Provincia dall’ottobre del ’43 (carica che sostituiva quella di prefetto e che verrà poi fucilato a Varese nell’aprile del 1945), l’ufficiale fascista Armando Wender e il segretario provinciale, Giuseppe Scolari.
Mentre infuriava la discussione per stabilire in che modo si dovesse reagire all’uccisione del segretario comunale di Bagnolo, Enzo Savorgnan, riporta una cronaca di allora di Reggio Democratica, volle “vedere il cappotto di Onfiani”. E quando gli fu mostrato il “foro provocato dal proiettile, fu allora che l’avvocato Scolari esclamò: ‘Come il povero Fagiani… Lo stesso sistema… Forse lo stesso individuo’. Allora il prefetto Savorgnan di rimando “gridò rabbiosamente: ‘Basta! Basta! Basta! Questa è la goccia che fa traboccare il vaso”.

Fascisti e tedeschi davanti alla Prefettura di Reggio Emilia

Andò così che, tra l’ammazzata di Onfiani e l’uccisione dei Cervi con Quarto Camurri, il giovane arrestato con loro (un 22enne artigliere tornato da poco in città, nonché volto noto del centro storico di Reggio Emilia, faceva l’edicolante in piazza Del Monte), trascorsero solo poche ore.
In un attimo fu convocato il Tribunale che emise la sentenza di morte da pubblicare sullo stesso numero del Solco Fascista che riportò la notizia dell’uccisione di Onfiani.
Il 28 dicembre del 1943, alle 6.30 del mattino, al Poligono di tiro di Reggio Emilia, vennero fucilati i 7 fratelli Cervi e Quarto Camurri.

Parecchi anni dopo, un membro del gruppo Cervi, il burattinaio Otello Sarzi Madidini, già lasciato il Pci per il Psi, raccontò di un presunto ordine dato dal Partito comunista che avrebbe dovuto sospendere gli attentati personali dei gap per salvaguardare la vita dei fratelli, almeno fino a quando il piano per liberare dal carcere il gruppo della Bassa, già pronto, non fosse stato messo in pratica, anche se precedentemente altri 2 tentativi erano andati falliti.

Ordine impartito o no, la madre dei martiri della resistenza, Genoeffa Cocconi (Casali si impuntava sulla precisa dizione del nome, Genoeffa, probabilmente fu una sua scoperta nello studio delle carte) morì poco dopo i suoi figli di creapacuore, mentre il padre, Alcide, uscito dal carcere scoperchiato da un bombardamento, visse ancora a lungo (si spense nel marzo 1970) e fu negli anni a venire il simbolo dell’eroico sacrificio. Verrà fondato il museo Cervi, interamente dedicato a loro e alla resistenza. Mentre i comunisti nel dopoguerra esalteranno l’eroico lutto che devastò un’intera famiglia contadina. L’idealizzazione ebbe inizio nel 1954, con il discorso dell’azionista Piero Calamandrei, che paragonò i fratelli di Campegine ai sette Maccabei. Un anno dopo arrivò l’opera di Renato Nicolai, con prosa di Italo Calvino, supervisionata da Palmiro Togliatti. Poi i versi poetici di Salvatore Quasimodo, seguiti dal film di Puccini del 1968. Infine, a chiudere il cerchio, sigillo dell’ufficialità ideologica, le due medaglie che il Soviet supremo sovietico conferì ad Alcide Cervi, presente a Reggio Emilia l’ambasciatore dell’Urss a Roma. Fu così che per la storiografia i sette fratelli Cervi si trasformarono nel simbolo che diede lo slancio per combattere i nazifascisti.

Ritornando al binomio: azione gappista-rappresaglia fascista, la legge del taglione non si fermò neppure dopo la strage dei Cervi. Il 29 gennaio del 1944, nello stesso Poligono di tiro di Reggio Emilia, assieme ad altri 8 dissidenti, fu passato per le armi don Pasquino Borghi.

L’abito talare di don Pasquino Borghi, conosciuto tra i partigiani con il nome di Albertario

Il prete fu imprigionato perché la sua parrocchia sperduta sul monte Prampa era divenuta un rifugio sicuro per prigionieri in fuga e i partigiani. Una volta ancora, la rappresaglia fascista, seguita a un’azione gappista, rappresentò la fine per i prigionieri. Qualche giorno prima dell’esecuzione, nel mese di gennaio, erano caduti sotto il piombo dei partigiani il milite di Cavriago, Luigi Maccaferri, e l’ufficiale, Luciano Loldi.
Con l’uccisione di don Pasquino Borghi, il segnale era chiaro: non si sarebbe più tenuto conto o guardato neppure all’abito talare. Quel prete era un nemico, come tale doveva essere trattato e pagare. Il nome di battaglia con il quale era conosciuto don Pasquino Borghi era Albertario: fu un partigiano senza fucile e senza pistola.

Gli orrori della guerra, ormai sempre più di rado (visto il tempo trascorso), vengono trasmessi come l’eco sino ai nostri giorni. Ha raccontato pochi mesi addietro don Giuseppe Dossetti, attuale sacerdote di San Pellegrino, che tra i fucilatori di don Pasquino Borghi, vi era un suo parrocchiano di nome Sergio (scomparso nel marzo scorso all’età di 93 anni), ma che all’epoca in cui fu reclutato nel plotone d’esecuzione del prete era appena un 15enne.

Don Pasquino Borghi in un’immagine dell’epoca

Proprio a lui, il ragazzino, venne chiesto di dare il colpo di grazia al religioso, ancora agonizzante al suolo, dopo la prima scarica di piombo.

Negli anni a seguire, l’allora imberbe fucilatore, scandagliando i fondali del suo animo, maturò 2 convinzioni: che don Pasquino lo avesse da subito perdonato per la vita che gli aveva tolto. E che, per contrappasso, il resto del suo transito terreste andasse speso per far del bene al prossimo.



Ci sono 2 commenti

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  1. Nando

    Congratulazioni a Ferruccio. Una sola precisazione (assolutamente insignificante): Brettoni era Vescovo della Diocesi di Reggio, mentre Guastalla era ancora, all’epoca, Diocesi autonoma.

  2. CARLO

    e don Carlo( don Dmenco Orlandini)?
    «”Don Carlo” che tanto si era prodigato per portare in salvo i prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia con l’8 settembre capì per primo l’importanza del collegamento con inglesi e americani: paesi campioni di democrazia politica e parlamentare, oltre che liberatori. Fu infatti agente dei servizi segreti inglesi ed ottenne dal Ministro Alessandro Casati del ricostituito governo democratico italiano il riconoscimento – sin dal 30 gennaio 1945 – della sua brigata come Regio Esercito Italiano, con la denominazione “Battaglione Fiamme Verdi del Cusna”.
    Nelle azioni militari della sua brigata don Carlo si preoccupò sempre di evitare quelle che comportassero rappresaglie sulle popolazioni civili. E si distinse anche per il rispetto dei prigionieri di guerra catturati, sia repubblichini che tedeschi; presso la sua brigata i prigionieri non subirono mai fucilazione, percosse o maltrattamenti. Ma il grande merito di “Don Carlo” e delle sue Fiamme Verdi fu quello di restituire, nella cerimonia ufficiale del 3 maggio 1945 in Piazza della Vittoria, le armi usate durante la guerra armata della Resistenza.

    Delle armi, infatti, non doveva più esserci alcuna necessità. Purtroppo non fu così per tutti e le armi continuarono ad essere usate sino a tutta la metà del successivo anno 1946[3].»


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