Dopo la storica sentenza in primo grado del maxiprocesso Aemilia, sono scattati alcuni arresti per imputati condannati per associazione mafiosa. Tra questi, anche Giuseppe Iaquinta, padre di Vincenzo, calciatore ex Juventus e della Nazionale Campione del Mondo, per il quale si sono spalancate le porte del carcere di Reggio Emilia.
L’imprenditore cutrese è stato condannato a 19 anni ed è stato arrestato dai carabinieri di Piacenza nella sua casa di Reggiolo, nella Bassa reggiana. L’avvocato Carlo Taormina che difende anche il figlio – condannato a due anni per mancata custodia di armi con l’esclusione dell’aggravante mafiosa contestata dalla Procura – farà ricorso in Appello.
E’ un colpo molto duro anche per l’ex giocatore, da sempre molto legato al padre. L’imprenditore edile Giuseppe Iaquinta, secondo le accuse della Dda di Bologna, poi riconosciute dai giudici dell’aula bunker di Reggio Emilia, era organico al clan calabrese dei cutresi con a capo il boss Nicolino Grande Aracri. Viene considerato dagli inquirenti una sorta di “affiliato puro”, arrivato e trapiantato a Reggiolo, nella Bassa reggiana, ma costantemente in contatto e legato ai capi della cosca di ‘ndrangheta da “solidi legami di amicizia” e da “comuni interessi negli affari”.
Alla lettura della sentenza Giuseppe e Vincenzo Iaquinta, intercettati fuori dal tribunale di Reggio Emilia, avevano detto: “Vergogna, ridicoli”, rivolgendosi al collegio giudicante. E ancora l’ex campione durante lo sfogato: “Il nome ‘ndrangheta non sappiamo neanche cosa sia nella nostra famiglia. Non è possibile. Andremo avanti. Mi hanno rovinato la vita sul niente perché sono calabrese, perché sono di Cutro”, ha detto, ricordando il Mondiale vinto e dicendosi “orgoglioso di essere calabrese. Noi – ha aggiunto – non abbiamo fatto niente perché con la ‘ndrangheta non c’entriamo niente. Sto soffrendo come un cane per la mia famiglia e i miei bambini senza aver fatto niente”.
Mentre alcuni condannati, dopo la sentenza del tribunale di Reggio Emilia, sono spariti dalla circolazione e ora sono attivamente ricercati dalle forze dell’ordine. Si tratta del 55enne Francesco Amato, dei fratelli tunisini Moncef e Karima Baachaoui e dell’albanese Bilbil Elezaj.






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