Adattarsi al mondo del Covid

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Durante i mesi del primo lockdown si ascoltavano gli aggiornamenti in tv riguardo il numero di contagiati e morti: un’enormità di casi, secondo le cifre, che pure avvertivamo ancora distanti dalla maggior parte di noi.

Ora è diverso: i numeri sono ancora relativamente lontani dai picchi di allora ma la sensazione che viviamo è quella di un’assai maggiore capacità del virus di entrare nelle nostre vite. Quasi tutti abbiamo un parente, un amico o un conoscente contagiato, a casa in isolamento volontario, o addirittura ricoverato. Per questo sentiamo oggi il virus molto più vicino.

Il Covid è di nuovo il principale argomento di conversazione. Se non il primo, è la classica spada di Damocle che minaccia la nostra vita, la rende frustrata e spaventata e accompagna le nostre giornate in un clima di affaticata rassegnazione.

È chiaro che ciascuno affronta la pandemia tenendo conto della propria condizione di salute fisica ed economica.

Chi ha stipendio e lavoro assicurato non ha motivi urgenti di preoccupazione, sempre che goda di buone condizioni generali e osservi le precauzioni anti-contagio. Va molto peggio a chi le sicurezze di lavoro le ha perse in toto o in parte. Professionisti, partite Iva, micro-imprenditori e precari in genere stanno attraversando la tipica traversata nel deserto. Molti di loro sono da mesi a reddito zero. Chi può, intacca i propri risparmi. Chi ha perso il posto ed è in età adulta non sa che pesci pigliare. Con l’età della pensione ancora lontana i più si ritrovano esiliati dal mondo del lavoro e quindi dalla vita vera. Se coltivavano qualche sogno in passato, oggi vedono soltanto il buio davanti a sé. I conti si fanno con il timore di ammalarsi e la sensazione di una vita sociale pressoché terminata. È un dramma vero, in mezzo a tanti altri.

I più giovani subiscono la mancata formazione a scuola a cui avrebbero diritto. Ne soffriranno certamente in futuro, poiché la didattica a distanza non è affatto confrontabile con quella in presenza. Eppure ragazze e ragazzi sono i meglio attrezzati per vincere il virus e non temerlo: hanno la forza e la determinazione proprie della gioventù. A loro è già affidato il mondo che verrà dopo.

A Milano, la più internazionale delle città italiane, ci si saluta augurandosi “buon lockdown”. Ancora una volta la Lombardia è al centro della crisi. Poco importa che i vertici della Regione tendano a minimizzare e perfino a rifiutare la responsabilità di un nuovo blocco per lisciare il pelo a chi protesta. Anche il sindaco Sala non ha brillato per tempismo. Fatto sta che i numeri cantano. Quelli di Varese, ad esempio, mettono paura. Ovvio che Lombardia e Piemonte siano zona rossa: il virus si diffonde velocemente e gli ospedali sono già sotto pressione.

Si sta meglio in Emilia, dove pure i numeri crescono in fretta. L’eccellente capacità di tenuta del sistema sanitario è la migliore garanzia per affrontare anche momenti di emergenza.

Ma in questo “stare meglio” c’è poco da gioire: ci si chiede di rimanere lontani, di non vedersi, di non avvicinarci gli uni agli altri. Sono scomparsi baci, abbracci e strette di mano. Perfino il gomito non se lo dà più nessuno: la pandemia ci ha tolto anche la voglia di scherzare. Nascosti dietro una maschera per chissà quanto tempo, privati di ciò che rende la vita degna di essere vissuta, ci adattiamo al mondo del Covid con diligente pazienza. Ma quanta ce ne vuole.

 




C'è 1 Commento

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  1. Archimede

    Proprio ieri leggo su “La Stampa” una riflessione sulla fiera del tartufo di Alba chiusa per covid equiparando 100€/g a 1000€/kg nel prezzare il tartufo… la didattica a distanza inizia a dare i primi risultati?


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