Nella mia ultima lettera, ho indicato nel moralismo il pericolo più grande per la Chiesa; possiamo aggiungere che lo è anche per il mondo, per la storia che stiamo vivendo.
La sua caratteristica consiste nel privilegiare l’opera dell’uomo, rispetto all’opera di Dio. Non importa che si sia credenti o no. Infatti, Dio non è necessario; addirittura, Paolo di Tarso, rileggendo la propria esperienza di fariseo, di ebreo credente, mette in rilievo il nesso tra moralismo e violenza. In nome di Dio si uccide, e la coscienza approva, sia nello Studio Ovale a Washington, che in qualche moschea. Se non c’è un’uccisione sanguinosa, il diverso decade tuttavia dall’orizzonte: egli non esiste più, non merita di esistere per me, e io lo posso tranquillamente ignorare: figuriamoci poi se devo considerarlo un fratello.
Consideriamo il possibile antidoto. Mi metto dalla parte del credente, ma non è difficile applicare queste considerazioni anche a chi non crede in Dio. Ci facciamo guidare da Paolo, il fariseo convertito.
Nella lettera ai cristiani di Efeso, egli scrive:
Per grazia siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo (Ef 2,8-10).
L’opera di Dio, dunque, precede l’opera dell’uomo; anzi, la rende possibile. Prima di tutto, perché ferisce al cuore il “vanto”, cioè la presunzione di meritare ciò che invece può essere accolto solo come dono, come “grazia”. Questo paradosso si manifesta anche nel cuore della vita cristiana, quando consideriamo la Messa come un’opera buona e meritoria, e non invece come l’opera di Dio, che nel sangue di Cristo continuamente ci consola e ci protegge.
Anche un altro apostolo, Giovanni, dice la stessa cosa. Nell’Ultima Cena, nel testamento spirituale di Gesù, il Maestro dice:
Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore… Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (15,1-5)
Il punto di partenza è accettare questa impotenza a fare il bene. Anche Paolo dice:
In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7,18ss)
I due apostoli danno voce alla più pura spiritualità di Israele. Per esempio, nel libro del profeta Isaia, si dice: “Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia”, cosicché nasce spontanea l’invocazione: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (63-64).
Colui che vuole giustificare se stesso a tutti i costi, diviene facilmente un violento. Ma il male viene dal cuore, non dall’esterno, dalle circostanze o dagli uomini cattivi. Così dice Gesù, in una delle parole più forti del vangelo (Mc 7,15-22).
La sincerità verso se stessi porta a dare alla preghiera due ben precise indicazioni. Anzitutto, l’umile richiesta che possiamo riconoscere la nostra impotenza: “Eravate morti a causa delle vostre colpe”, dice Paolo (Ef 2,1); morti! Un morto non può far nulla, neanche chiedere aiuto. Non può fare promesse, non può fare programmi. È bene che anche noi non facciamo troppi programmi, soprattutto se abbiamo responsabilità, in politica, in economia, o nella Chiesa; chiediamo invece a Dio che ci manifesti il suo programma e ci dia la sincerità per conoscerlo e la forza per attuarlo.
Lasciati condurre, o uomo, vivi come dice il Salmo 131: “Io sono tranquillo e sereno, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre”. Affidati a questo Dio materno; è giusto che tu abbia desideri di bene, sono ispirati da Lui. Ricorda però che il successo viene da Lui, che siede su un trono di misericordia.
La sua strada spesso non coincide con la nostra, ma Paolo ci esorta a rivolgere lo sguardo “a colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20). Non mancheranno le occasioni per l’impegno generoso: lo stesso Paolo ci ha ricordato che siamo chiamati a compiere le opere buone che Dio ha preparato per noi. L’opera di Dio precede e rende possibile l’opera dell’uomo.






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