La riapertura delle scuole è una scommessa

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Meno di un mese alla riapertura annunciata delle scuole. Gli studenti in Italia sono otto milioni e mezzo, tutti compresi. Secondo una consolidata prassi nazionale il caos è enorme. Aggravano la situazione i nuovi casi di Covid apparsi nella penisola. Il governo chiude i locali da ballo e reintroduce l’obbligo di indossare la mascherina nelle zone e nelle ore della movida. Ma l’impatto delle nuove misure rischia di non sortire effetti dinanzi all’appuntamento del 14 settembre. Al quale il paese non sembra affatto preparato.

Per studiare mancano gli spazi. L’edilizia scolastica sconta gli errori del passato. Come sarà possibile assicurare un ritorno sui banchi in piena sicurezza? Abbiamo alle nostre spalle mesi nei quali il governo, tramite la ministra Lucia Azzolina, ha preso impegni e sparso ottimismo. Magari avesse avuto ragione.

Si leggono ipotetiche soluzioni da circo equestre, del tipo innalziamo tendopoli come dopo un terremoto. Ma come immaginarsi lezioni in tensostrutture nel periodo invernale? E come attrezzarsi di fronte all’impossibilità di garantire a tutti un adeguato distanziamento?

Il governo ha investito una barca di soldi per acquistare un numero gigantesco di banchi individuali e ne ha assegnato il compito alla Protezione Civile, evidentemente per sgravare la Azzolina di una responsabilità superiore alle sue forze. Il fatto è che questi banchi verosimilmente strapagati risolveranno i problemi poco o punto. Gli spazi negli edifici scolastici sono quelli di sempre, in larga misura inadeguati alle necessità di prevenzione dalla pandemia.

Che fare, dunque? In un’intervista alla Stampa il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha paventato una rivolta sociale qualora il nuovo anno scolastico non venisse garantito a condizioni accettabili a studenti e famiglie.

C’è chi intravede poi una machiavellica azione dell’esecutivo Conte atta ad anticipare un clima allarmistico nel paese per mettere le mani avanti in vista del 14 settembre, scommettendo sul mancato ritorno alla normalità. Per ora è fissato al 20 settembre l’appuntamento con le elezioni in alcune Regioni e con il referendum confermativo sulla riduzione dei parlamentari. Che senso ha riaprire le scuole per poi richiuderle sei giorni dopo per ragioni elettorali? E che ne è stato dell’opportunità di cogliere l’attimo e trasferire le operazioni di voto in sedi meno onerose?

A meno di un mese dal via la riapertura delle scuole in Italia non è una certezza ma una scommessa, il che la dice lunga sulla capacità del paese e soprattutto del governo di rispondere efficacemente a una sfida tanto inattesa quanto tragica. La scuola ha reagito alla pandemia approntando soluzioni di emergenza, ma il tempo dell’emergenza è finito. Ora dovremmo avere un programma di ripartenza chiaro e verosimile.

Ma è come se i mesi passati dall’insorgenza del virus fossero trascorsi invano tra annunci, smentite, piani più o meno credibili. In assenza di un rimedio pratico serve un rimedio politico. Il rialzo della percezione dell’allarme e la velata minaccia di un secondo lockdown sono la strada indispensabile per giustificare altre misure emergenziali. Nell’emergenza tutto si giustifica, compresi errori e sciocchezze. Si prevede una rinnovata stagione della didattica a distanza, extrema ratio per insegnanti, studenti, famiglie. Accettarla sarà meno difficile in un contesto di allarme prolungato.