Le società benefit sfiorano quota seimila in Italia e crescono più delle imprese comparabili. Al 30 giugno 2026 erano 5.968, in aumento del 15,6% rispetto a un anno prima, impiegando circa 260.000 addetti e generando un valore della produzione di 71,3 miliardi di euro, pari al 2,5% del totale nazionale.
La fotografia arriva dalla Ricerca nazionale sulle società benefit 2026, realizzata da Nativa, Research Department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, Università di Padova, Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit.
Il dato centrale riguarda la competitività. Nel periodo 2022-2024, confrontando circa duemila società benefit con altrettante imprese simili per dimensione, settore, territorio ed età, l’analisi stima un vantaggio associato alla qualifica benefit di circa il 13% sul fatturato, del 17% sul costo del lavoro e del 12% sul valore aggiunto. Un’associazione positiva, che non dimostra da sola un rapporto di causa ed effetto. Il vantaggio si rafforza quando il modello si accompagna a investimenti nella qualità, nella sostenibilità ambientale e nell’apertura ai mercati esteri.
Le società benefit sono imprese che affiancano allo scopo di lucro finalità di beneficio comune, inserendole nello statuto. Assumono così impegni verso persone, comunità e ambiente, dei quali devono rendere conto attraverso una relazione annuale sull’impatto prodotto.
Un altro elemento emerge dalle catene di fornitura. Il 27,4% degli acquisti delle società benefit si concentra su fornitori con cui esiste un rapporto continuativo negli ultimi nove anni, contro il 21,8% delle altre imprese. Legami più duraturi che possono contribuire alla tenuta delle filiere in una fase segnata da tensioni commerciali e instabilità dei mercati.
Il modello tende anche a fare rete: il 38% delle società benefit ha rapporti commerciali con altre imprese della stessa categoria, mentre nel campione non-benefit la quota di aziende con fornitori benefit si ferma al 24%.
La diffusione resta diseguale. Le società benefit si concentrano nei territori con più innovazione, redditi più elevati e condizioni occupazionali migliori. Nel Nord-Ovest se ne contano 2,7 ogni mille società, nelle isole appena 0,8. La ricerca segnala dunque una maggiore presenza nelle economie più forti, anziché nelle aree con i bisogni sociali più intensi.
Le microimprese sono la maggioranza, con 4.342 realtà, ma in proporzione il modello è più diffuso tra le grandi aziende con oltre 250 addetti, dove raggiunge il 2,4%. Dall’esame di 5.006 statuti emerge infine che il 55% delle finalità dichiarate riguarda l’ambito sociale, il 28% l’ambiente e il 17% la governance.






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