La vergogna esportata

monumento vittime ebree nazifascismo Reggio Emilia – NF

Nelle scuole ebraiche americane si comincia a discutere se togliere il nome di Reggio Emilia dai siti, dalle dichiarazioni di intenti, dalla propria identità educativa. È questa la misura del disastro. Chi per anni ha studiato, adottato e diffuso il Reggio Approach ora si domanda se possa ancora riconoscersi in un sistema che ha chiesto a educatori ebrei di condannare il governo israeliano per essere accolti. Le conseguenze sono appena cominciate. Mentre in Italia i responsabili cercano ancora una formula per negare l’evidenza, dall’altra parte dell’Atlantico viene rimesso in discussione un rapporto costruito in decenni.

La vergogna sta nel criterio adottato. A insegnanti americani è stato chiesto di rispondere delle politiche israeliane perché appartenenti a scuole ebraiche. Non rappresentavano Netanyahu, non esercitavano funzioni diplomatiche, non partecipavano a un convegno sul Medio Oriente. Erano educatori. La loro identità è diventata un debito politico da saldare prima dell’ingresso. Firmate contro Israele o restate a casa: questo era il senso della condizione, e la rinuncia alla visita ne è stata la conseguenza inevitabile. Nessuna istituzione educativa degna di questo nome avrebbe dovuto metterli davanti a quella scelta.

Chiedere agli ebrei, in quanto tali, di dissociarsi da Israele significa attribuire loro una responsabilità collettiva. Significa considerarli rappresentanti permanenti di uno Stato, qualunque sia la loro cittadinanza, il loro lavoro, la loro storia personale. È il meccanismo dell’antisemitismo: la persona viene assorbita nell’appartenenza e chiamata a giustificarsi per essa. Le eventuali opinioni degli insegnanti non cambiano il punto. Un educatore può avere legami con Israele, riconoscersi nel sionismo, sostenere o avversare un governo. Nessuna di queste posizioni autorizza un’istituzione italiana a imporgli un’abiura come requisito per studiare il modo in cui si educano i bambini.

L’antisemitismo non nasce dalle odierne politiche israeliane. Le precede, le usa, cambia vocabolario per trovare nuove occasioni di legittimazione. A Reggio Emilia ha trovato il linguaggio dell’accoglienza, dei diritti, dell’educazione democratica. Proprio per questo l’episodio è tanto grave: la discriminazione è stata presentata come una prova di virtù. Si è preteso di difendere l’umanità imponendo ad alcuni esseri umani una condizione supplementare, determinata dalla loro appartenenza.

Ora il conto arriva da chi aveva creduto a quelle parole. Su eJewishPhilanthropy, Yehudis Smith, responsabile dell’educazione della prima infanzia al Center for the Advancement of Jewish Education di Miami, racconta che dirigenti di scuole cresciute intorno ai principi reggiani le chiedono se continuare a definirsi ispirati a Reggio e se eliminare quel nome dai propri siti. Smith aveva dedicato a questa filosofia persino la sua ricerca di dottorato. Il suo intervento descrive un tradimento professionale e umano, la perdita di una comunità nella quale aveva riconosciuto una parte della propria identità. Non annuncia un abbandono generalizzato del metodo; documenta qualcosa che dovrebbe allarmare chiunque abbia responsabilità nel sistema: il nome di Reggio è diventato un problema per scuole che prima lo esibivano come un valore.

Jewish Insider riferisce, a sua volta, che una scuola intenzionata a inviare tre insegnanti sta riflettendo sul significato del proprio storico legame con la filosofia reggiana. Pesha Kletenik, preside della Manhattan Day School, denuncia l’esame dei profili personali e istituzionali sui social, interpretati come prove di sostegno a Israele e al suo esercito. Il rapporto di formazione è stato così preceduto da un’indagine sulle appartenenze e da una richiesta di dissociazione. È difficile immaginare una smentita più radicale della pedagogia dell’ascolto.

Il danno internazionale si sta dunque sviluppando nel luogo più delicato: dentro le comunità professionali che hanno contribuito alla fortuna del Reggio Approach. Si può perdere una visita e conservarne altre. Quando si perde la fiducia di chi ha fatto proprio un modello, invece, vengono coinvolti la formazione degli insegnanti, le relazioni tra scuole, il modo in cui quel modello viene raccontato alle famiglie. Nessuno può ancora misurare l’estensione della frattura. I segnali sono già pubblici, e liquidarli come una polemica significa non capire che cosa è stato compromesso.

Massari, Mahmoud e Tedeschi portano la responsabilità di questo disastro. Le parole della presidente sono pubbliche; la richiesta aggiuntiva contro Netanyahu era stata annunciata dalla stessa Reggio Children; le testimonianze americane descrivono l’obbligo politico ricevuto. La versione del sindaco, secondo cui non sarebbero stati chiesti esami politici, è smentita da questi elementi. Continuare a rifugiarsi nella Carta dei valori e nell’equivoco prolunga l’offesa: agli educatori è stata imposta una condizione, poi si pretende che non credano alla propria esperienza.

Pochi mesi fa la principessa del Galles, Kate Middleton, era stata accolta con tutti gli onori e il prestigio internazionale del sistema reggiano ne era uscito rafforzato. Oggi quel medesimo nome compare nella stampa americana accanto alla richiesta di una dichiarazione contro Israele rivolta a insegnanti ebrei. La vergogna non resta entro i confini di una città. All’estero questa è una vicenda italiana: un’istituzione educativa italiana, sostenuta dall’autorità pubblica, che subordina l’accoglienza di ospiti ebrei a una presa di posizione politica. Reggio ha esportato il proprio modello; ora esporta lo scandalo che lo contraddice.

In questo quadro, il silenzio di Elly Schlein pesa. Mentre il caso si allarga e le responsabilità diventano più chiare, dalla segretaria del Pd non emerge una presa di posizione pubblica sulla discriminazione denunciata dagli educatori. È un silenzio politico davanti a una vicenda che tocca l’Emilia che conosce, amministratori del suo campo e principi che il suo partito proclama universali. Lascia spazio all’impressione più corrosiva: che perfino l’uguaglianza debba aspettare le convenienze dello schieramento.

Il richiamo alle leggi razziali appartiene a questa storia perché la scuola italiana fu uno dei luoghi in cui gli ebrei vennero separati dagli altri, privati dei diritti, espulsi. A Reggio riappare il principio della distinzione: alcuni insegnanti devono fornire una garanzia che agli altri non viene richiesta. L’appartenenza ebraica diventa motivo di sospetto e l’accoglienza viene concessa dopo una dichiarazione liberatoria. La memoria del 1938 rende questa pretesa intollerabile. La storia antifascista della città aggrava la responsabilità di chi non ha saputo riconoscerla.

Questa pagina resterà nella peggiore storia dell’educazione italiana. Per la pretesa imposta agli ospiti, per la loro rinuncia, per la negazione successiva, per il danno inflitto a una rete internazionale che aveva creduto nella dignità delle differenze. Le scuole americane stanno già discutendo quanto di Reggio conservare e quanto lasciarsi alle spalle. Il disastro non si è concluso quando hanno cancellato il viaggio. È cominciato allora.

 

nicolafangareggi.substack.com




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